HumanX INVALSI e Smart City, l'istruzione come fondamento dell'intelligenza urbana Angela Iacovetti 08 August 2025 È delle scorse settimane la notizia che le prove INVALSI del 2024 hanno dato esiti pessimi: una quota significativa di studenti non raggiunge il livello base di competenze in italiano, matematica e inglese, materie cruciali nella smart city. Se, come sostiene l’UNESCO, «una città sostenibile è una città che apprende», allora i dati INVALSI non rappresentano soltanto un problema scolastico, ma raccontano molto di più: una crisi del capitale umano e una minaccia per le smart city del futuro. Capitale umano come base cognitiva e culturale della cittadinanza Le città intelligenti si fondano sull’idea di una crescita sostenibile, tecnologica e inclusiva, ma la città intelligente non è fatta solo di infrastrutture, bensì di persone capaci di usarle, gestirle e svilupparle. L’intelligenza urbana deve includere l’alfabetizzazione digitale, la partecipazione civica informata, la capacità di apprendimento continuo, per leggere criticamente il mondo, calcolare, orientarsi nel digitale. Come può una città essere smart se i suoi giovani abitanti non sanno comprendere un testo o risolvere un problema matematico di base? Ecco perché le competenze sopra richiamate, al netto dei giudizi non sempre positivi sull’INVALSI (che in questa sede non interessano) sono essenziali per la cittadinanza digitale, per la partecipazione attiva e per l’occupazione qualificata. Smart city a due velocità Esiste, poi, anche un altro problema evidenziato dalla statistica INVALSI: le forti diseguaglianze territoriali nella preparazione scolastica, che vedono il Sud e le periferie in grande difficoltà. Ma una città intelligente non può tollerare sacche di esclusione culturale. Tutti i cittadini devono avere accesso agli strumenti per partecipare in maniera attiva e consapevole. Una popolazione con scarse competenze di base è strutturalmente esclusa dalla cittadinanza: non può accedere in modo critico ai servizi, né partecipare attivamente alla costruzione di politiche urbane condivise. Uso dei dati per politiche educative locali Poiché le smart city si basano sull’uso dei dati per prendere decisioni intelligenti, i dati INVALSI potrebbero (e dovrebbero) guidare le politiche urbane. In questo senso, l’INVALSI può essere un alleato delle città del futuro, se letto non come classifica, ma come mappa dei bisogni educativi, al fine di orientare programmi ed interventi, come l’allocazione di fondi o la creazione di sistemi di apprendimento locali (scuole, biblioteche, centri digitali etc.), con una reale ed efficace integrazione tra politiche educative ed urbanistiche. È possibile una tecnologia educativa? D’altro canto, non sarebbe la prima volta per un intervento dall’alto, al fine di favorire una migliore istruzione. Subito dopo l’Unità d’Italia si intrapresero misure per alfabetizzare ed insegnare l’italiano ad una popolazione per l’80% analfabeta e dialettofona: scuola elementare obbligatoria, sanzioni per gli inadempienti, persino diffusione di vocabolari e grammatiche dialettali, per giungere dagli idiomi locali alla lingua comune… Quindi, come allora, anche oggi l’alfabetizzazione rimane prerequisito per l’intelligenza urbana: una città non è smart solo perché ha WiFi gratuito; lo è se forma cittadini capaci di usarlo in modo critico ed etico. Dalla smart city alla learning city Gli esiti delle prove INVALSI recentemente divulgati ci dicono che non basta digitalizzare i servizi per rendere una città intelligente. Serve una visione più ampia: una città è smart se insegna, apprende, include e cresce con tutti i suoi cittadini. L’innovazione inizia dalla scuola: non c’è smart city senza learning city, intesa come rete di sapere, apprendimento e crescita e non solo collegamento di dispositivi. Angela Iacovetti