HumanX Politiche ambientali Urbex, tra avventura, memoria e futuro Angela Iacovetti 07 January 2026 Sostenibilità Negli ultimi anni, in molte città del mondo, è emerso un fenomeno diventato virale soprattutto tra i giovani, di cui ci è capitato, talvolta, di visionare immagini in video che girano in rete. Urbex è abbreviazione di Urban Exploration, ovvero l’esplorazione di luoghi urbani abbandonati, dismessi e, quindi, poco visibili all’occhio quotidiano. Fabbriche, ospedali, scuole, castelli, stazioni ferroviarie, case abbandonate, tunnel sotterranei e persino interi borghi fantasma diventano oggetto di esplorazione e documentazione. Tuttavia, nonostante il fascino, la pratica si muove spesso in una zona grigia dal punto di vista legale e della sicurezza. Esplorare proprietà private senza permesso può configurare reati, e molti luoghi presentano rischi strutturali o ambientali. Dove si pratica l’Urbex Il fenomeno trova la sua massima espressione in luoghi che, pur essendo abbandonati, conservano un forte valore simbolico e urbano. Dalle aree industriali dismesse dei Paesi occidentali alle città fantasma del Giappone, fino agli ospedali abbandonati dell’Europa orientale. Il comune denominatore è la presenza di spazi che, pur rimanendo dentro o ai margini delle aree urbane, sono invisibili alla maggior parte delle persone e custodiscono storie dimenticate. Ma questi luoghi, spesso ignorati dalla pianificazione ordinaria, diventano attraverso l’Urbex veri e propri archivi urbani informali, capaci di riportare attenzione pubblica su patrimoni dimenticati. Luoghi simbolo in Italia In Italia, l’Urbex è particolarmente diffuso nelle aree segnate dalla deindustrializzazione e dallo spopolamento interno. Tra i luoghi più esplorati e documentati: il Villaggio ENI di Borca di Cadore (BL), esempio emblematico di architettura sociale del Novecento, da poco ristrutturato; Consonno (LC), soprannominata la “Las Vegas d’Italia”, divenuto borgo fantasma dopo essere stato abbandonato in seguito ad una frana del 1976 che lo isolò e oggi meta iconica degli esploratori urbani; stessa sorte di abbandono per una frana a Craco, in provincia di Matera, e altri borghi spopolati dell’Appennino, dove l’Urbex si intreccia con il tema della resilienza territoriale e della rigenerazione delle aree interne; ex ospedali psichiatrici e sanatori, come quelli sorti tra fine Ottocento e primo Novecento, che raccontano una storia urbana fatta di esclusione sociale e trasformazioni del welfare. In tutti questi casi, l’esplorazione urbana segnala e dà spunti di ri-significazione dello spazio urbano, spesso alimentando dibattiti ufficiali su rigenerazione, sostenibilità e riuso. Perché l’Urbex affascina? Diversi fattori spiegano il crescente interesse attorno a questa pratica. Principalmente: Curiosità storica ed estetica: scoprire architetture, tracce di vita e dettagli che spesso non sono documentati nelle guide o nei libri. Creatività artistica e narrativa: la fotografia e le riprese video, strumenti essenziali degli urbexer permettono la condivisione delle scoperte sui social network, trasformando rovine e spazi dimenticati in narrazioni visive suggestive. Identità e appartenenza sociale: per molti giovani, soprattutto nelle grandi città, l’Urbex diventa un modo per riappropriarsi di spazi che altrimenti non farebbero parte della vita quotidiana, costruendo un senso di identità attraverso l’esperienza e la condivisione di storie. L’Urbex e il legame con la smart city A prima vista, l’Urbex sembra distante dall’idea tecnologica e futuristica di smart city, intesa come città che utilizza tecnologie dell’informazione e della comunicazione per migliorare efficienza, sostenibilità e qualità della vita. Tuttavia, esistono punti di contatto significativi tra la cultura dell’Urbex e alcuni paradigmi contemporanei di innovazione urbana: Nuova percezione della città Il fenomeno Urbex spinge a guardare la città come organismo complesso, con strati di storia, memoria e significato sociale. In molte visioni moderne di smart city, la tecnologia è uno strumento per comprendere e migliorare la vita urbana in tutte le sue dimensioni (inclusa quella culturale). Cultura partecipata e cittadinanza attiva Le città realmente “intelligenti” non sono solo iperconnesse tecnologicamente ma partecipate dai cittadini; l’Urbex, soprattutto grazie alle comunità online e alle narrazioni condivise, rappresenta una forma di cittadinanza attiva, seppur non sempre istituzionale, in cui l’esploratore urbano svolge quasi una funzione civica, di ascolto e di restituzione simbolica. Valorizzazione del patrimonio invisibile In molte strategie di smart city cresce l’attenzione verso la rigenerazione urbana, la conservazione e la riqualificazione di spazi degradati o abbandonati, imprescindibili dalla città storica, che appartiene al patrimonio, comune come quella ipertecnologica, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Dall’esplorazione alla progettazione urbana L’interesse verso questi luoghi, quindi, non è privo di ricadute concrete. Molte amministrazioni locali hanno iniziato a monitorare l’attenzione generata dall’Urbex per valutare progetti di recupero, musealizzazione o riuso temporaneo, trasformando la curiosità spontanea in occasione di sviluppo urbano. In questo senso, l’Urbex può essere letto come una spia sociale: segnala quali spazi urbani, pur abbandonati, continuano a esercitare attrazione e a produrre senso. Un’informazione preziosa anche per le politiche di smart city, che sempre più integrano dati quantitativi e letture qualitative della città. Conclusione L’Urbex non è solo una moda o una semplice attività di esplorazione: è un fenomeno che riflette la complessità delle città contemporanee, incrociando storia, estetica, identità urbana e partecipazione sociale. Potremmo definirla una contro-narrazione rispetto alla retorica tecnocratica delle smart city. Una città intelligente che ignora gli elementi storici, sociali e culturali della sua storia rischia di essere efficiente ma disumana. Così, l’integrazione tra tecnologia e cultura non appare come un ornamento, ma come una condizione necessaria per un abitare urbano davvero sostenibile, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello umano e identitario. Angela Iacovetti