Urbex, tra avventura, memoria e futuro

Urbex, tra avventura, memoria e futuro

Negli ultimi anni, in molte città del mondo, è emerso un fenomeno diventato virale soprattutto tra i giovani, di cui ci è capitato, talvolta, di visionare immagini in video che girano in rete.

Urbex è abbreviazione di Urban Exploration, ovvero l’esplorazione di luoghi urbani abbandonati, dismessi e, quindi, poco visibili all’occhio quotidiano.

Fabbriche, ospedali, scuole, castelli, stazioni ferroviarie, case abbandonate, tunnel sotterranei e persino interi borghi fantasma diventano oggetto di esplorazione e documentazione.

Tuttavia, nonostante il fascino, la pratica si muove spesso in una zona grigia dal punto di vista legale e della sicurezza.

Esplorare proprietà private senza permesso può configurare reati, e molti luoghi presentano rischi strutturali o ambientali.

Dove si pratica l’Urbex

Il fenomeno trova la sua massima espressione in luoghi che, pur essendo abbandonati, conservano un forte valore simbolico e urbano.

Dalle aree industriali dismesse dei Paesi occidentali alle città fantasma del Giappone, fino agli ospedali abbandonati dell’Europa orientale.

Il comune denominatore è la presenza di spazi che, pur rimanendo dentro o ai margini delle aree urbane, sono invisibili alla maggior parte delle persone e custodiscono storie dimenticate.

Ma questi luoghi, spesso ignorati dalla pianificazione ordinaria, diventano attraverso l’Urbex veri e propri archivi urbani informali, capaci di riportare attenzione pubblica su patrimoni dimenticati.

Luoghi simbolo in Italia

In Italia, l’Urbex è particolarmente diffuso nelle aree segnate dalla deindustrializzazione e dallo spopolamento interno.

Tra i luoghi più esplorati e documentati:

  • il Villaggio ENI di Borca di Cadore (BL), esempio emblematico di architettura sociale del Novecento, da poco ristrutturato;
  • Consonno (LC), soprannominata la “Las Vegas d’Italia”, divenuto borgo fantasma dopo essere stato abbandonato in seguito ad una frana del 1976 che lo isolò e oggi meta iconica degli esploratori urbani;
  • stessa sorte di abbandono per una frana a Craco, in provincia di Matera, e altri borghi spopolati dell’Appennino, dove l’Urbex si intreccia con il tema della resilienza territoriale e della rigenerazione delle aree interne;
  • ex ospedali psichiatrici e sanatori, come quelli sorti tra fine Ottocento e primo Novecento, che raccontano una storia urbana fatta di esclusione sociale e trasformazioni del welfare.

In tutti questi casi, l’esplorazione urbana segnala e dà spunti di ri-significazione dello spazio urbano, spesso alimentando dibattiti ufficiali su rigenerazione, sostenibilità e riuso.

Perché l’Urbex affascina?

Diversi fattori spiegano il crescente interesse attorno a questa pratica. Principalmente:

  • Curiosità storica ed estetica: scoprire architetture, tracce di vita e dettagli che spesso non sono documentati nelle guide o nei libri.
  • Creatività artistica e narrativa: la fotografia e le riprese video, strumenti essenziali degli urbexer permettono la condivisione delle scoperte sui social network, trasformando rovine e spazi dimenticati in narrazioni visive suggestive.
  • Identità e appartenenza sociale: per molti giovani, soprattutto nelle grandi città, l’Urbex diventa un modo per riappropriarsi di spazi che altrimenti non farebbero parte della vita quotidiana, costruendo un senso di identità attraverso l’esperienza e la condivisione di storie.

 

L’Urbex e il legame con la smart city

A prima vista, l’Urbex sembra distante dall’idea tecnologica e futuristica di smart city, intesa come città che utilizza tecnologie dell’informazione e della comunicazione per migliorare efficienza, sostenibilità e qualità della vita.

Tuttavia, esistono punti di contatto significativi tra la cultura dell’Urbex e alcuni paradigmi contemporanei di innovazione urbana:

Nuova percezione della città

Il fenomeno Urbex spinge a guardare la città come organismo complesso, con strati di storia, memoria e significato sociale. In molte visioni moderne di smart city, la tecnologia è uno strumento per comprendere e migliorare la vita urbana in tutte le sue dimensioni (inclusa quella culturale).

Cultura partecipata e cittadinanza attiva

Le città realmente “intelligenti” non sono solo iperconnesse tecnologicamente ma partecipate dai cittadini; l’Urbex, soprattutto grazie alle comunità online e alle narrazioni condivise, rappresenta una forma di cittadinanza attiva, seppur non sempre istituzionale, in cui l’esploratore urbano svolge quasi una funzione civica, di ascolto e di restituzione simbolica.

Valorizzazione del patrimonio invisibile

In molte strategie di smart city cresce l’attenzione verso la rigenerazione urbana, la conservazione e la riqualificazione di spazi degradati o abbandonati, imprescindibili dalla città storica, che appartiene al patrimonio, comune come quella ipertecnologica, non solo fisicamente, ma anche emotivamente.

Dall’esplorazione alla progettazione urbana

L’interesse verso questi luoghi, quindi, non è privo di ricadute concrete.

Molte amministrazioni locali hanno iniziato a monitorare l’attenzione generata dall’Urbex per valutare progetti di recupero, musealizzazione o riuso temporaneo, trasformando la curiosità spontanea in occasione di sviluppo urbano.

In questo senso, l’Urbex può essere letto come una spia sociale: segnala quali spazi urbani, pur abbandonati, continuano a esercitare attrazione e a produrre senso.

Un’informazione preziosa anche per le politiche di smart city, che sempre più integrano dati quantitativi e letture qualitative della città.

Conclusione

L’Urbex non è solo una moda o una semplice attività di esplorazione: è un fenomeno che riflette la complessità delle città contemporanee, incrociando storia, estetica, identità urbana e partecipazione sociale.

Potremmo definirla una contro-narrazione rispetto alla retorica tecnocratica delle smart city.

Una città intelligente che ignora gli elementi storici, sociali e culturali della sua storia rischia di essere efficiente ma disumana.

Così, l’integrazione tra tecnologia e cultura non appare come un ornamento, ma come una condizione necessaria per un abitare urbano davvero sostenibile, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello umano e identitario.

Angela Iacovetti