L’epidemia silenziosa, suicidi in divisa e la nuova frontiera della prevenzione digitale

L’epidemia silenziosa, suicidi in divisa e la nuova frontiera della prevenzione digitale

Suicidi e divisa. Un’analisi del fenomeno tra stress occupazionale, strategie di coping e il ruolo predittivo dell’Intelligenza Artificiale attraverso l’analisi della prosodia

​Il fenomeno dei suicidi tra gli appartenenti ai Corpi Militari e Civili ha assunto le dimensioni di una vera emergenza di salute pubblica. Non si tratta di episodi isolati, ma di un trend epidemiologico che vede le forze dell’ordine e i militari esposti a un rischio significativamente più alto rispetto alla popolazione generale. Per affrontare questa piaga, occorre smontare la retorica dell’invulnerabilità e analizzare la complessa rete di concause che portano al gesto estremo.

​Il quadro epidemiologico e lo stress occupazionale

​Le statistiche indicano una frequenza allarmante: la perdita di un appartenente ai Corpi militari e civili ogni sei giorni. Questo dato è il segnale di un fallimento sistemico nella gestione del benessere psicofisico. Le concause sono radicate in uno stress lavorativo unico nel suo genere:

  • Esposizione al trauma: il costante contatto con sofferenza, violenza e morte genera un carico di trauma vicario che logora le difese psichiche, portando a quella che in letteratura viene definita “compassion fatigue”.
  • Stigma e barriere istituzionali: il timore di conseguenze, quali la sospensione dal servizio o il giudizio dei colleghi, crea un muro di silenzio.
  • L’identità della divisa: spesso l’operatore sovrappone totalmente la propria identità al ruolo professionale, rendendo inaccettabile qualsiasi percezione di “debolezza”.

​Capacità di coping e sostegno tra pari

​Le strategie di coping (la capacità di fronteggiare situazioni avverse) possono essere attive o passive. In contesti ad alto stress, l’operatore tende spesso a un coping di “evitamento”, che però sul lungo periodo accelera il burnout. Quando i meccanismi individuali cedono, il modello del sostegno tra pari (peer support) si rivela la risorsa più efficace.

​Il Nucleo d’Ascolto Corpi Militari e Civili ne è l’esempio emblematico. Nato dalla necessità di trasformare il dolore di una perdita collettiva in azione, il Nucleo agisce sulla base della condivisione d’esperienza: il collega non è un giudice, ma uno specchio. Questo approccio rompe l’isolamento e permette una “normalizzazione” della sofferenza, trasformando la caserma o l’ufficio da luoghi di simulata forza a spazi di reale resilienza.

​La prosodia come sentinella: l’AI e la predizione della depressione

​In questo scenario di prevenzione, la tecnologia offre oggi strumenti inediti per la sicurezza della città e dei suoi servitori. Uno studio recente pubblicato su PLOS Mental Health ha dimostrato come l’intelligenza artificiale possa fungere da “sentinella digitale” analizzando i messaggi vocali (es. WhatsApp).
​Il fulcro scientifico è l’analisi della prosodia. La prosodia comprende gli elementi del linguaggio che non riguardano il significato delle parole, ma il modo in cui vengono pronunciate. Nei soggetti depressi, l’AI rileva pattern specifici:

  • Rallentamento psicomotorio: pause più lunghe tra le parole e un ritmo rallentato.
  • Appiattimento affettivo: una riduzione della variabilità della frequenza fondamentale, che rende la voce piatta e “senza vita”.
  • Decadimento energetico: una minore intensità nell’articolazione delle consonanti, segno di un esaurimento delle risorse psicofisiche.

​Con un’accuratezza superiore al 91%, questi sistemi possono rilevare i segnali di un malessere profondo molto prima che l’operatore decida di verbalizzarlo, agendo come un vero e proprio “radar” preventivo.

​Verso un welfare integrato: il ruolo delle organizzazioni e della famiglia

​L’obiettivo per il futuro è integrare la tecnologia predittiva con la profonda umanità del sostegno tra pari, il supporto della rete familiare e il coinvolgimento dell’organizzazione. Se l’IA può individuare un cambiamento nei pattern vocali di un operatore in difficoltà, è solo una rete come quella del supporto tra pari che può accogliere quel segnale, coinvolgendo l’organizzazione lavorativa e la famiglia non come spettatori del disagio, ma come parti integranti della cura.

​Proteggere chi ci protegge significa smettere di nascondere le ferite sotto l’uniforme e iniziare a considerarle per ciò che sono: segnali che è tempo di fermarsi, ascoltare e tornare a respirare.

Antonella Renzetti