Tech Legal Screenshot di WhatsApp nei processi, cosa valgono davvero? Laura Biarella 17 February 2026 App Device Digitalizzazione Italia Gli screenshot di WhatsApp sono diventati una presenza costante nei processi, sia civili che penali. La loro diffusione non significa automaticamente che siano sempre validi o utilizzabili. Nella giurisprudenza recente, la Corte di Cassazione ha chiarito quando questi elementi possono costituire una prova attendibile e quando, invece, devono essere esclusi. Due decisioni, una del 13, l’altra del 16 febbraio 2026, permettono di capire con nettezza come cambia il valore processuale degli screenshot a seconda della loro origine e delle modalità con cui sono stati raccolti. Quando uno screenshot diventa inutilizzabile La VI Sezione Penale (n. 6171 del 16 febbraio) affronta un caso emblematico: la polizia aveva acquisito chat WhatsApp dagli smartphone degli indagati semplicemente fotografando lo schermo, senza disporre alcun decreto di sequestro e senza avvisare la difesa. La Cassazione è categorica: i messaggi custoditi nella memoria di un dispositivo sono corrispondenza, e come tali vanno acquisiti secondo le forme previste dall’articolo 254 del codice di procedura penale. Senza un provvedimento formale, la raccolta è illegittima. Gli screenshot, così raccolti, diventano patologicamente inutilizzabili. La Corte non si limita a una censura procedurale: sottolinea che in quel procedimento la responsabilità degli imputati era basata solo sul contenuto delle chat estratte in modo irregolare. Una volta eliminate, non restava alcun altro elemento probatorio. Il risultato è drastico: assoluzione perché il fatto non è stato commesso, dal momento che il castello accusatorio cade interamente. Questa sentenza ribadisce un principio chiave: la polizia non può sostituire il sequestro con fotografie improvvisate del telefono dell’indagato. Quando gli screenshot sono pienamente validi La decisione della V Sezione Penale (n. 6024 del 13 febbraio) affronta un contesto diverso. Qui le chat, sotto forma di messaggi e vocali, erano state consegnate spontaneamente dalla persona offesa agli inquirenti tramite un DVD allegato alla querela. In questo caso la Cassazione riconosce pienamente la validità del materiale probatorio. Il motivo è semplice: chi partecipa a una conversazione ha pieno diritto di farne copia e consegnarla alle autorità. Non c’è alcuna violazione della segretezza della corrispondenza. Ciò in quanto la protezione costituzionale riguarda le ingerenze esterne, non la scelta di uno dei partecipanti di produrre le comunicazioni al fine di tutelare i propri diritti. La Corte chiarisce anche un altro punto molto importante: non è necessario disporre una perizia ogni volta che la difesa contesti l’autenticità di una chat. Se la persona offesa è ritenuta credibile, il contenuto è coerente e non emergono indizi di manipolazione, lo screenshot può essere considerato attendibile senza ulteriori approfondimenti tecnici. In sostanza, quando la chat viene prodotta da un partecipante, lo screenshot diventa una prova documentale valida, valutabile insieme agli altri elementi del processo. Due sentenze, una linea comune: non conta lo screenshot, ma chi lo porta e come Se lette insieme, le due pronunce raccontano una verità molto semplice: gli screenshot non hanno un valore autonomo. Ma tutto dipende da chi li fornisce e in che modo vengono acquisiti. Nel caso trattato dalla VI Sezione Penale, gli screenshot vengono scartati perché frutto di un’acquisizione irregolare compiuta dalla polizia senza sequestro. Nella vicenda esaminata dalla VI Sezione Penale, gli screenshot vengono ammessi perché consegnati da un partecipante alla conversazione. Il punto di equilibrio è chiaro: se la chat viene prodotta da chi la ha vissuta, la prova è legittima e può essere utilizzata; se la chat viene estratta da un dispositivo da parte della polizia, senza garanzie e senza sequestro, diventa illegittima e deve essere espunta. Conseguenze pratiche per chi opera nel diritto Le implicazioni sono profonde, sia per investigatori che per avvocati. Per la polizia giudiziaria, queste sentenze sono un monito: senza un provvedimento formale e senza il rispetto delle garanzie difensive, ogni acquisizione rischia di essere annullata in sede di legittimità. Lato avvocati, diventano strumenti cruciali per valutare l’attendibilità e l’utilizzabilità della prova digitale. Ambito cittadini, chiariscono un punto fondamentale: si può usare la propria chat come prova, ma non si può essere “spogliati” del proprio smartphone senza le forme corrette. Conclusione In un mondo in cui le conversazioni quotidiane si svolgono via chat, le due decisioni rappresentano un passo decisivo per definire regole certe sull’uso della prova digitale. La tecnologia offre nuove possibilità alla giustizia, ma non può sostituire il rispetto delle garanzie. Gli screenshot possono cambiare il destino di un processo, sì, ma solo se raccolti e presentati nel modo giusto.