HumanX Legal Anonimizzazione delle sentenze, perché la Cassazione dice “no” (quasi sempre) Laura Biarella 22 February 2026 Italia L’anonimizzazione delle sentenze torna al centro del dibattito dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione del 5 febbraio 2026, n. 2400. Una decisione che ribadisce un principio chiave: la pubblicità degli atti giudiziari è la regola, l’oscuramento un’eccezione da concedere solo in presenza di motivi specifici e documentati. Cosa cambia per avvocati, giudici, cittadini e riviste che pubblicano giurisprudenza? Anonimizzazione delle sentenze: un equilibrio tra privacy e trasparenza La domanda è tanto semplice quanto complessa: fino a che punto il diritto alla riservatezza può incidere sulla pubblicità della giustizia? La Cassazione, con l’ordinanza 5 febbraio 2026, n. 2400, ha ribadito con forza che la richiesta di oscurare nomi e dati personali all’interno di una decisione giudiziaria non è un diritto automatico, ma un’eccezione che richiede argomentazioni rigorose. Secondo il Collegio, la pubblicità dei provvedimenti giurisdizionali non è soltanto un adempimento formale, ma un principio costituzionale, funzionale alla trasparenza dell’attività giudiziaria e al controllo democratico sull’operato dei giudici. Per questo motivo, le istanze di anonimizzazione vanno valutate con un criterio restrittivo. Cosa ha stabilito la Corte: la regola è la pubblicità, non l’oscuramento Nel caso esaminato, la parte ricorrente aveva chiesto l’oscuramento dei propri dati personali nell’ordinanza. La Corte ha rigettato l’istanza, spiegando che non emergono “motivi legittimi” ai sensi dell’art. 52 del Codice Privacy tali da sacrificare l’interesse pubblico alla conoscibilità degli atti giudiziari. La decisione si colloca nel solco di precedenti recenti, che hanno chiarito due punti: La natura della controversia deve essere davvero sensibile: ad esempio salute, minori, vita sessuale, vittime di reati. La semplice volontà di non apparire online non basta: è necessario un pregiudizio concreto e specifico, non una generica esigenza di riservatezza. La Cassazione sottolinea infatti che la pubblicità dei provvedimenti tutela non solo le parti, ma l’intero sistema, garantendo prevedibilità del diritto, uniformità interpretativa e controllo diffuso. Quando l’anonimizzazione è possibile? I criteri pratici Per ottenere l’oscuramento dei dati, la parte deve dimostrare: 1. La presenza di dati personali “sensibili” Non è sufficiente che il giudizio tratti temi privati: la delicatezza deve essere intrinseca alla materia. 2. Un pregiudizio reale e documentabile La Cassazione richiede elementi concreti, non timori astratti. 3. L’impossibilità di tutelare i diritti dell’interessato con misure meno invasive Ad esempio, l’oscuramento parziale, oppure il riferimento iniziale a sole iniziali quando strettamente necessario. Senza questi elementi, prevale l’interesse pubblico alla trasparenza. Implicazioni per avvocati e professionisti del diritto La decisione del febbraio 2026 presenta un notevole impatto operativo: le istanze di anonimizzazione devono essere motivazioni serie e puntuali; non è sufficiente allegare il disagio derivante dalla reperibilità online del proprio nome; gli avvocati devono valutare caso per caso se la controversia rientri davvero in un ambito “sensibile”; gli editori giuridici possono continuare a pubblicare le sentenze in forma integrale, salvo richieste fondate e adeguatamente giustificate. La pubblicità delle sentenze, dunque, rimane un presidio democratico: l’oscuramento è possibile, ma solo quando c’è un reale rischio per la dignità o la riservatezza della persona. Conclusione La Cassazione è chiara: l’anonimizzazione non è una strada facile. Serve una motivazione forte, precisa, documentata. E soprattutto serve ricordare che la giustizia, per essere credibile, deve essere visibile. L’ordinanza del 5 febbraio 2026 riafferma un equilibrio delicato ma essenziale: trasparenza e privacy non sono in conflitto, purché prevalga ciò che tutela l’interesse collettivo. Un messaggio destinato a incidere sulla prassi forense e sulla gestione della giurisprudenza nei prossimi anni.