Tech Legal AI e sentenze giudiziarie, frontiera della giustizia praticabile? Angela Iacovetti 05 March 2026 AI AI e sentenze. L’uso dell’intelligenza artificiale nella giustizia promette efficienza e supporto tecnico, ma non può sostituire il giudice umano. Ragioni etiche, giuridiche e sociali rendono indispensabile la presenza di un decisore dotato di responsabilità, empatia e capacità interpretativa. Le tecnologie possono migliorare l’organizzazione dei tribunali e l’accesso alle informazioni, ma solo entro limiti rigorosi, con trasparenza, controllo umano e regole chiare che tutelino imparzialità ed equità. Perché il giudice deve essere umano L’AI è ormai parte integrante di molti settori della vita pubblica e privata. Ma nel mondo della giustizia sarebbe possibile l’uso di algoritmi che permettano ad una macchina di studiare, confrontare casi ed emettere sentenze? La risposta immediata è negativa. In nessun paese democratico potremmo avere giudici robot che sostituiscano completamente i giudici umani nelle decisioni di merito e per i motivi sommariamente riepilogati sotto. Motivi etici e filosofici Un’intelligenza artificiale segue schemi statistici, ma è priva di coscienza e morale; essa non distingue il bene dal male, mentre la giustizia richiede empatia e capacità di percepire il peso morale di una decisione. Inoltre, di fronte ad una sentenza palesemente ingiusta, chi ne risponderebbe? Ad un software non può essere attribuita alcuna responsabilità. Infine, anche se reo, un essere umano ha il diritto di essere ascoltato da un suo simile, che possa comprendere la sua condizione, cosa che non può fare un automa. Motivi giuridici Le Costituzioni dei Paesi occidentali e gli accordi internazionali (es. CEDU e Carta europea dei diritti fondamentali) prescrivono l’incardinamento di un giudice indipendente e imparziale; se non si conoscono i criteri con cui un algoritmo giunge a determinate conclusioni, viene meno il diritto alla difesa. Peraltro, poiché un’intelligenza artificiale fornisce un risultato su basi probabilistiche ma fatica a costruire un percorso logico-giuridico che spieghi l’interpretazione di una norma, verrebbe meno il dovere di motivazione di una decisione. In tale percorso logico-giuridico possiamo anche annoverare l’adattamento del diritto all’evoluzione della società, che i giudici umani operano abitualmente; un’AI addestrata su dati passati resterebbe conservatrice, incapace di adattare il diritto al nuovo contesto e, quindi, non renderebbe un servizio all’amministrazione della giustizia. Motivi sociali Siccome gli algoritmi imparano dai dati storici, questi potrebbero riflettere una realtà diversa e contenere pregiudizi razziali, sociali, di genere, automatizzando e amplificando le discriminazioni. Oltretutto, una sentenza percepita come fredda e meccanica, perché non resa da un essere umano, potrebbe portare a tensioni sociali e perdita di fiducia nelle Istituzioni. La vera giustizia spesso va applicata al caso singolo, con le sue peculiarità (quella che nel linguaggio giuridico è chiamata “equità”); un’AI, lavorando sulla media probabilistica rischia di schiacciare l’individuo sotto il peso dell’ingiustizia. Uso dell’IA nella giustizia Italia In Italia non esistono “sentenze scritte da IA” né sistemi che possano sostituire il giudizio di un magistrato; in questo modo si garantisce che la responsabilità finale rimanga in capo ad una persona. La legge n. 132/2025 e il recente AI Act europeo proibiscono che un algoritmo decida autonomamente fattispecie giudiziarie; le fonti appena citate non lo fanno in maniera esplicita, ma classificando tale attività decisoria come “ad alto rischio” (quindi, vietata). L’IA può, invece, essere impiegata in funzioni di supporto (analisi di fascicoli, gestione pratica, organizzazione delle udienze, estrazione di dati) nel rispetto delle garanzie costituzionali e con supervisione umana. In alcuni tribunali italiani, peraltro, come quelli di Latina e Brescia, dei documenti generati con IA sono stati contestati per mancanza di verifica e accuratezza, provocando l’emanazione di sanzioni per negligenza (es. condanna per lite temeraria, ai sensi dell’art. 96 c.p.c.). Nel mondo In altri Paesi, soprattutto anglosassoni, l’IA è stata sperimentata più ampiamente: Stati Uniti: strumenti di risk assessment come COMPAS vengono usati da decenni per stimare il rischio di recidiva — e quindi influenzare decisioni su libertà vigilata o pena. Canada: il Civil Resolution Tribunal in British Columbia ha integrato strumenti digitali con IA per gestire piccole controversie, riducendo costi e tempi. Brasile: la Corte Suprema ha lanciato progetti che usano IA per classificare e analizzare grandi quantità di dati processuali, migliorando la gestione interna dei casi e l’efficienza amministrativa. Altri Paesi sperimentano sistemi per la pianificazione di attività giudiziarie o assistenza nella redazione di atti, ma sempre con giudici umani che mantengono l’ultima parola. Quali vantaggi con l’IA nella Giustizia L’impiego corretto e regolato dell’IA nei sistemi giudiziari può offrire una maggiore efficienza e riduzione dei tempi di lavoro, dovuta al fatto che l’IA può analizzare rapidamente grandi banche dati, selezionare casi simili, evidenziare principi giurisprudenziali e velocizzare attività ripetitive. Inoltre, strumenti di IA possono evidenziare criteri omogenei per decisioni simili, supportando una coerenza decisionale, da cui deriverebbe una maggiore costanza giurisprudenziale e riduzione di disparità arbitrarie (per esempio fra decisioni di giudici diversi). I risparmi di tempo, costi ed energie conseguenti libererebbero risorse per attività più complesse. E non va dimenticato che chatbot e assistenti legali basati su IA possono aiutare cittadini e avvocati a orientarsi in normative complesse, migliorando l’accesso a informazioni legali anche per chi non può permettersi consulenze costose. Svantaggi e rischi più gravi Nonostante i vantaggi, l’IA solleva critiche profonde e problemi reali. Bias e discriminazioni I modelli di IA si basano su dati storici; se questi riflettono ingiustizie pregresse (es. discriminazione razziale o economica), gli algoritmi possono perpetuare o amplificare tali bias. Opacità e trasparenza Molti algoritmi sono “scatole nere”: gli utenti (giudici, avvocati o cittadini) non comprendono come arrivino a determinate raccomandazioni, minando la trasparenza del processo decisionale giudiziario. Dipendenza tecnologica L’affidamento eccessivo agli strumenti di IA può indurre a fidarsi troppo delle raccomandazioni automatiche, diminuendo l’esercizio critico e l’autonomia giudiziaria. Oltre al fatto che modelli generativi possono produrre contenuti falsi o inesatti, come nei casi citati sopra, relativamente ai Fori di Brescia e Latina. Quali soluzione realistiche Per usare l’IA in modo equo e rispettoso della giustizia, servono regole, trasparenza e supervisione umana. Ecco alcune proposte concrete: Regolamentazione chiara e stringente Il Regolamento UE 2024/1689 (“AI Act”) classifica l’uso di IA nel sistema giudiziario come “alto rischio”, imponendo requisiti rigorosi di trasparenza e supervisione. In Italia, il disegno di legge in materia di IA ribadisce che l’IA può supportare ma non sostituire la decisione del magistrato. Trasparenza e spiegabilità Gli algoritmi usati nei tribunali devono essere verificabili: chiunque coinvolto in un procedimento deve poter capire perché l’IA fornisce un certo consiglio. Addestramento corretto È fondamentale addestrare gli algoritmi su database ben bilanciati e correggere i bias storici, con monitoraggio regolare e verifiche di equità. Controllo umano obbligatorio I sistemi di IA dovrebbero agire solo come strumenti di supporto, con decisioni finali affidate a magistrati umani responsabili e capaci di respingere raccomandazioni ingiuste o inappropriate. Formazione professionale Giudici, avvocati e tutti i professionisti del settore devono ricevere formazione tecnica per comprendere limiti, punti di forza e rischi dell’IA, evitando dipendenza cieca e preservando autonomia professionale. Conclusione Anche nell’ambito della giustizia l’Intelligenza Artificiale è una tecnologia da maneggiare con prudenza. Se integrata correttamente, può aiutare i professionisti del diritto, nei modi cui abbiamo accennato sopra. Tuttavia, senza regole robuste, trasparenza e supervisione umana, rischia di compromettere i principi fondanti del nostro ordinamento: imparzialità, equità e responsabilità. Occorre che innovazione tecnologica e tutela dei diritti fondamentali vengano bilanciati, per fare in modo che l’IA potenzi la giustizia e non la sostituisca o la renda opaca. Angela Iacovetti