Smart working e crisi energetica, la rivincita del lavoro agile. I dati ISTAT

Smart working e crisi energetica, la rivincita del lavoro agile. I dati ISTAT

Il report Istat “Lavoro da remoto: da necessità a nuovo stile di vita” fotografa un’Italia a due velocità.

Mentre le metropoli come Milano e Roma consolidano lo smart working per abbattere costi e consumi, il Paese cerca una stabilità strutturale per fronteggiare l’incertezza energetica.

Il lavoro agile non è più un’emergenza, bensì una leva strategica per la sostenibilità economica e ambientale.

Per il report dell’ISTAT pubblicato il 25 febbraio 2026, lo smart working appare essersi cristallizzato quale componente strutturale del mercato del lavoro italiano, diventando uno strumento fondamentale per le aziende che puntano alla riduzione dei costi fissi, ma anche per i lavoratori che cercano di ammortizzare il caro-energia.

Dati ISTAT, lavoro agile in Italia nel 2026

Secondo il documento ISTAT, nel 2023 circa 3,4 milioni di occupati, quindi pari al 13,8% del totale, hanno sperimentato forme di lavoro a distanza.

Malgrado il picco sia stato raggiunto nel 2021 (15,1%), il dato attuale comprova che lo smart working ha triplicato la sua presenza rispetto al periodo pre-pandemia, quando era fermo al 4,8%.

Il report evidenzia che la modalità agile rappresenta oggi una replica concreta non soltanto alla conciliazione vita-lavoro, bensì pure alla crisi energetica.

Ridurre gli spostamenti e ottimizzare l’utilizzo degli spazi fisici negli uffici permette un risparmio significativo sui consumi di carburante ed energia elettrica, tematica centrale nell’agenda delle “smart cities” italiane.

Milano e Roma, capitali dello smart working

La geografia del lavoro agile ricalca le grandi aree urbane.

Milano guida la classifica nazionale con una quota record: il 38,3% degli occupati lavora da remoto.

Segue Roma col 29,4%, tallonata da Bologna (27,7%) e Torino (24,6%).

Questi centri urbani stanno utilizzando il lavoro agile come strumento di “urban management” per:

  • ridurre il traffico veicolare e l’inquinamento atmosferico,
  • gestire i picchi di consumo energetico negli edifici pubblici e privati,
  • migliorare la qualità della vita dei cittadini, riducendo lo stress da pendolarismo.

A livello regionale il Lazio guida la classifica con il 21,5%; valori elevati anche per la Lombardia (18,6%) e il Piemonte (14,5%).

Supera la media nazionale anche la Liguria con il 14%.

In tutte le regioni del Mezzogiorno il lavoro da casa interessa meno del 10% degli occupati, a eccezione di Campania (11,1%), Abruzzo (10,3%) e Sardegna (10,2%).

In controtendenza la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste che, al pari della Basilicata, si ferma all’8,8%.

Chi sono gli smart workers italiani?

L’identikit tracciato dall’ISTAT mostra una prevalenza tra le donne (15,2%) rispetto agli uomini (12,7%) e una notevole correlazione col titolo di studio.

Tra i laureati, quasi un lavoratore su tre (29%) opera in modalità agile, con punte che superano il 50% nelle aree metropolitane più avanzate.

I settori trainanti restano i servizi di informazione e comunicazione (60,2%) e le attività finanziarie e assicurative (43,7%), dove la digitalizzazione ha consentito di svincolare in modo completo la produttività dalla presenza fisica.

Verso una stabilità strutturale

Nonostante la crescita, l’Italia rimane ancora al di sotto della media della UE, ovvero 9,1% di lavoratori “solitamente” da casa contro il 5,9% italiano.

Tuttavia, la direzione sembra tracciata, in quanto lo smart working non rappresenta più solamente una scelta individuale, bensì una politica di resilienza per il sistema Paese di fronte alle fluttuazioni dei costi energetici e alle sfide climatiche.