Tech HumanX L’uso dell’AI riduce la perseveranza e peggiora le performance? Nuovo allarme dagli studi internazionali Laura Biarella 12 April 2026 AI L’uso dell’AI riduce la perseveranza e peggiora le performance? Un nuovo studio condotto su oltre 1.200 partecipanti mostra che l’assistenza dell’intelligenza artificiale migliora le prestazioni immediate, ma compromette la capacità di ragionare e persistere nei compiti quando l’intelligenza artificiale non è più disponibile. Gli effetti emergono dopo soli 10 minuti di utilizzo. Una dinamica che apre interrogativi cruciali per scuole, PA e imprese italiane. Intelligenza artificiale, aiuto immediato che indebolisce nel lungo periodo Secondo una serie di esperimenti randomizzati condotti da ricercatori di Carnegie Mellon, MIT, Oxford e UCLA, l’uso dell’AI come supporto diretto alla risoluzione di problemi produce un effetto controintuitivo: le persone diventano meno capaci e meno motivate quando devono lavorare senza intelligenza artificiale. Nel documento “AI Assistance Reduces Persistence and Hurts Independent Performance“, citato da John Nosta su Psychology Today, nell’articolo “AI and the 10-Minute Mind“, si legge: “Sebbene l’AI migliori la performance nel breve termine, le persone performano significativamente peggio senza AI e sono più propense ad arrendersi.” Gli autori parlano di un rischio di deskilling cognitivo, cioè una perdita progressiva di abilità e autonomia. Tre esperimenti, risultato costante Gli studiosi hanno condotto tre esperimenti su: calcolo frazionario ragionamento matematico multistep comprensione del testo (domande in stile SAT) In tutte le ipotesi i partecipanti con intelligenza artificiale: risolvevano più problemi durante la fase assistita peggioravano nettamente quando l’AI veniva rimossa saltavano più spesso i quesiti, segnale diretto di minore perseveranza Una frase del paper sintetizza il fenomeno: “Le persone non diventano solo peggiori nei compiti, ma smettono anche di provarci.” Il meccanismo, l’AI cambia la percezione dello sforzo Gli autori ipotizzano due cause principali: 1. Cambiamento del “punto di riferimento” dello sforzo. Quando l’AI risolve un problema in pochi secondi, il cervello si abitua a una nuova norma. Il lavoro autonomo appare improvvisamente più faticoso. 2. Perdita della “productive struggle”. L’AI elimina la fase di tentativi, errori e aggiustamenti che costruisce: competenza autovalutazione fiducia nelle proprie capacità Il paper avverte: “Senza opportunità di lavorare in autonomia, le persone non imparano ciò che sono in grado di fare”. Perché questo riguarda anche l’Italia Nelle scuole, nelle PA e nelle aziende italiane l’adozione dell’intelligenza artificiale sta accelerando. Ma se gli strumenti vengono usati come “scorciatoia” e non come supporto formativo, il rischio è duplice: riduzione della capacità di problem solving, dipendenza crescente dai tools digitali. Per i territori che puntano su smart city, digitalizzazione e skills, la tematica è strategica: la tecnologia deve potenziare, non sostituire, la capacità umana. LEGGI ANCHE Lavoro e AI, lo studio che chiede un “Progetto Manhattan” per capire davvero l’impatto sull’occupazione Verso un’AI che allena, non che sostituisce Gli autori propongono un cambio di visione: progettare sistemi che non diano subito la risposta, bensì che operino uno scaffoldind su ragionamento, come farebbe un buon tutor umano. Il paper conclude: “L’AI dovrebbe ottimizzare non solo ciò che le persone possono fare con l’AI, ma ciò che possono fare senza di essa”.