HumanX Tech Hackeraggio e diffamazione online: la Cassazione ribadisce la responsabilità digitale Laura Biarella 16 December 2025 La Corte di Cassazione, V Sezione Penale, ha confermato la condanna per diffamazione a mezzo internet, rigettando il ricorso di un imputato accusato di aver inserito contenuti offensivi su una testata online tramite accesso abusivo. La sentenza, depositata il 16 dicembre 2025, sottolinea l’importanza della convergenza di indizi digitali e rafforza il principio di responsabilità individuale nell’ecosistema informatico. La vicenda giudiziaria Un articolo pubblicato su una testata online era stato manipolato con espressioni diffamatorie contro la direttrice e l’amministratore dell’emittente locale. Nonostante la polizia postale non fosse riuscita a identificare con certezza l’hacker, la Corte d’appello aveva ritenuto l’imputato responsabile sulla base di una pluralità di indizi: dichiarazioni della persona offesa, chat compromettenti e la mancata denuncia di furto d’identità. Il ricorso in Cassazione lamentava travisamento delle prove e insufficienza degli accertamenti informatici. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribadito che non è sempre necessario un accertamento tecnico sull’indirizzo IP: la responsabilità può emergere dalla convergenza di dati indiziari, come movente, rapporti tra le parti e comportamento dell’imputato. Il principio giuridico La Cassazione ha confermato che, in presenza di una “doppia conforme” (condanna in primo e secondo grado), il vizio di travisamento della prova può essere rilevato solo se introdotto per la prima volta in appello. Inoltre, ha riaffermato il principio secondo cui la prescrizione non comporta automaticamente l’assoluzione: il giudice può prosciogliere nel merito solo se l’innocenza dell’imputato emerge in modo assolutamente evidente dagli atti. Questa impostazione rafforza la tutela delle vittime di diffamazione online e consolida l’orientamento giurisprudenziale che attribuisce valore probatorio anche agli indizi digitali, se coerenti e convergenti. Implicazioni per le smart city La sentenza assume particolare rilievo nel contesto delle smart city, dove la comunicazione digitale e l’informazione online sono centrali. La responsabilità individuale nell’uso delle piattaforme digitali diventa un pilastro della governance urbana, al pari della sicurezza fisica. Per le amministrazioni locali, il caso evidenzia la necessità di investire in cybersecurity, educazione digitale e sistemi di monitoraggio capaci di prevenire manipolazioni e diffamazioni. La giurisprudenza, nel frattempo, offre un quadro chiaro: anche senza prove informatiche dirette, la responsabilità può essere accertata se supportata da un insieme coerente di indizi. La Cassazione ha rigettato il ricorso e condannato l’imputato al pagamento delle spese processuali. La decisione segna un passo importante nella costruzione di una cultura della responsabilità digitale, indispensabile per la credibilità e la sicurezza delle smart city.