Dati biometrici e indagini penali, la Corte UE impone limiti alla raccolta da parte della polizia

Dati biometrici e indagini penali, la Corte UE impone limiti alla raccolta da parte della polizia

 

Dati biometrici e indagini penali. La Corte di giustizia dell’Unione europea stabilisce che impronte digitali e fotografie possono essere raccolte dalle autorità di polizia solo quando strettamente necessario e con una motivazione chiara. Stop ai rilievi sistematici: senza una valutazione individuale, la sanzione per chi rifiuta il prelievo non è valida.

Niente raccolta automatica dei dati biometrici

Con una sentenza destinata a incidere profondamente sulle pratiche di polizia negli Stati membri, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la raccolta di dati biometrici, quali impronte digitali e fotografie, nell’ambito di un’indagine penale non può essere sistematica, bensì deve essere strettamente necessaria e adeguatamente motivata.

Nel press release ufficiale si legge che “i dati biometrici rientrano tra i dati personali sensibili […] il loro trattamento è autorizzato solo se strettamente necessario”.

La pronuncia arriva in seguito al caso di un uomo fermato a Parigi nel 2020 e condannato per aver rifiutato il rilievo segnaletico, malgrado fosse stato poi prosciolto dal reato originario.

Un rifiuto che diventa questione europea

Durante il fermo, l’uomo si era opposto al prelievo dattiloscopico e fotografico. Per questo era stato condannato a una sanzione pecuniaria di 300 euro. Come ricorda il documento, l’uomo è “stato condannato a una pena pecuniaria di EUR 300 per aver rifiutato di sottoporsi alle operazioni di rilievo segnaletico”.

La Corte d’appello di Parigi ha quindi chiesto alla Corte UE se una normativa nazionale possa autorizzare rilievi biometrici automatici per qualsiasi sospettato, senza motivazione individuale, e se sia legittimo punire chi rifiuta tali rilievi anche quando non viene poi perseguito penalmente.

Motivazione obbligatoria, la polizia deve spiegare perché raccoglie i dati

La Corte è stata chiara: non basta il semplice sospetto di reato per giustificare la raccolta di dati biometrici.

Ogni rilievo deve essere accompagnato da una motivazione, anche sintetica, che permetta alla persona interessata di capire le ragioni della misura e di esercitare il proprio diritto di ricorso.

Il comunicato sottolinea che “la mera sussistenza di una o più ragioni plausibili di sospettare un reato non è sufficiente» e che la decisione deve essere «corredata di una motivazione chiara”.

Normative nazionali sotto esame, stop ai rilievi generalizzati

La Corte ha inoltre precisato che una legge nazionale che imponga rilievi biometrici sistematici, senza valutazione caso per caso, è incompatibile con il diritto dell’Unione.

Una raccolta generalizzata costituirebbe infatti un trattamento indifferenziato di dati altamente sensibili, in violazione della direttiva (UE) 2016/680 sulla protezione dei dati in ambito penale.

Sanzioni per il rifiuto, valide solo se la raccolta è legittima

La Corte ha affrontato anche il tema della sanzione penale per chi rifiuta di sottoporsi ai rilievi biometrici.

La punibilità del rifiuto è ammessa solo se la raccolta stessa è conforme ai requisiti europei, cioè strettamente necessaria e proporzionata. In caso contrario, la sanzione deve essere annullata.

Come chiarito nel testo, “la sanzione non è incompatibile con il diritto dell’Unione, a condizione […] che essa rispetti il principio di proporzionalità”.

Implicazioni per gli Stati membri

La sentenza avrà un impatto diretto sulle prassi di polizia e sulle normative nazionali:

  • obbligo di motivazione individuale per ogni rilievo segnaletico;
  • divieto di raccolta sistematica o automatica dei dati biometrici;
  • necessità di adeguare le leggi nazionali alla direttiva 2016/680;
  • invalidità delle sanzioni penali se la raccolta non rispetta il criterio della stretta necessità.

Per i cittadini, la decisione rafforza la tutela dei dati sensibili e il controllo sulle attività di polizia.

Sicurezza e dati biometrici

La Corte di giustizia UE ribadisce un principio fondamentale: la sicurezza non può giustificare trattamenti indiscriminati di dati biometrici. Ogni intervento deve essere proporzionato, motivato e rispettoso dei diritti fondamentali.

Una pronuncia che segna un punto fermo nel bilanciamento tra esigenze investigative e tutela della privacy, e che obbliga gli Stati membri a rivedere eventuali pratiche automatizzate o generalizzate.