Liquidazione trattamento fine servizio e ritardi, la Corte Costituzionale sui pagamenti differiti

Liquidazione trattamento fine servizio e ritardi, la Corte Costituzionale sui pagamenti differiti

Nuova ordinanza della Consulta sulle dilazioni e rateizzazioni del Trattamento di Fine Servizio per i dipendenti pubblici.

Sotto accusa l’inerzia del legislatore e il mancato adeguamento all’inflazione.

Il tema della liquidazione del Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici torna al centro del dibattito giuridico e sociale.

Con l’ordinanza n. 25 del 2026, la Corte Costituzionale ha sollevato nuovamente dubbi sulla legittimità delle norme che impongono il differimento e la rateizzazione delle somme spettanti ai lavoratori al termine della carriera.

Un tema che ha rilevanza per il benessere dei cittadini e l’efficienza della Pubblica Amministrazione.

La protesta dei dipendenti pubblici arriva alla Consulta

La questione nasce dai ricorsi presentati da diversi ex dipendenti pubblici, tra cui dirigenti della Polizia di Stato e funzionari del Ministero dell’Interno, che hanno contestato il pagamento dilazionato del proprio TFS.

I tribunali amministrativi (TAR) di Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia hanno ritenuto che le norme attuali violino l’articolo 36 della Costituzione, poiché la retribuzione differita deve essere non solo proporzionata al lavoro svolto, ma anche corrisposta in tempi ragionevoli per garantirne l’adeguatezza.

Dilazioni e rateizzazioni, un sistema diventato “strutturale”

Le norme impugnate prevedono che, per chi cessa il servizio per limiti di età, l’ente erogatore (INPS) liquidi il trattamento solo dopo dodici mesi.

A questo si aggiunge la rateizzazione per importi superiori a 50.000 euro, che può estendere il pagamento fino a tre anni.

Secondo i giudici rimettenti, queste misure, nate in un contesto di emergenza finanziaria, sono diventate strutturali, comprimendo irragionevolmente i diritti dei lavoratori.

Viene inoltre denunciata la mancanza di un meccanismo di rivalutazione monetaria che compensi la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione durante i periodi di attesa.

Il monito della Corte e l’inerzia del legislatore

Non è la prima volta che la Consulta si esprime sul tema. Già con le sentenze n. 159 del 2019 e n. 130 del 2023, la Corte aveva avvertito il legislatore della necessità di una riforma organica.

Tuttavia, nonostante piccoli interventi come la riduzione del termine di liquidazione da 12 a 9 mesi prevista per il 2027 dalla Legge di Bilancio 2026, l’inerzia complessiva del Parlamento sembra reiterare la lesione dei diritti dei pensionati.

Le ragioni del bilancio vs i diritti fondamentali

L’INPS e l’Avvocatura dello Stato hanno difeso le norme citando il principio di solidarietà e l’insostenibilità economica di un pagamento immediato, stimando oneri per oltre 15 miliardi di euro in caso di eliminazione totale dei blocchi.

La sfida per la Corte Costituzionale, che tornerà a riunirsi sul tema nel gennaio 2027, sarà quella di bilanciare le esigenze di finanza pubblica con il diritto inalienabile del cittadino a una vecchiaia dignitosa, supportata da quanto risparmiato in anni di onorato servizio.