Dei delitti e delle pene, come sono cambiate la criminalità e la giustizia in Italia

Dei delitti e delle pene, come sono cambiate la criminalità e la giustizia in Italia

Criminalità e giustizia, dal boom dei reati contro il patrimonio alla crisi del sistema carcerario: l’affascinante e complessa metamorfosi della sicurezza nazionale negli ultimi cento anni raccontata dagli ultimi dati Istat.

L’Italia di oggi è profondamente diversa da quella di fine Ottocento, e a raccontarlo in modo plastico non sono solo i libri di storia, ma i registri dei nostri tribunali e delle nostre carceri.

Il report pubblicato da Istat, titolato “Dei delitti e delle pene: criminalità, giustizia, detenzione” all’interno della collana “Storie di dati”, traccia un bilancio straordinario sulle trasformazioni della sicurezza nel nostro Paese.

I dati parlano chiaro: la criminalità violenta è ai minimi storici, ma la sfida si è spostata sui reati predatori e sulla gestione di un sistema penitenziario strutturalmente sotto pressione.

Il crollo dei reati di sangue e la transizione verso la criminalità predatoria

Il dato più macroscopico della storia sociale italiana è la drastica riduzione degli omicidi volontari.

Se a fine Ottocento (nel quinquennio 1891-1895) l’Italia registrava una media di quasi 2.000 omicidi all’anno, nel quinquennio recente (2020-2024) la cifra è scesa a poco più di 300 casi annui.

In rapporto alla popolazione, l’incidenza è passata da 5,9 a meno di 0,6 omicidi ogni 100.000 abitanti, posizionando l’Italia tra i Paesi più sicuri d’Europa.

A cambiare radicalmente è stata anche la natura dei reati.

Con l’avvento del benessere economico e la concentrazione della popolazione nei grandi centri urbani, l’asse della criminalità si è spostato:

  • Fine Ottocento (1880-1900): i reati contro il patrimonio rappresentavano appena il 28% del totale.
  • Oggi: oltre il 60% dei reati per cui si avvia l’azione penale riguarda il patrimonio (furti, rapine, estorsioni).

Il dettaglio di genere: tra il 1992 e il 2024, il calo degli omicidi ha riguardato soprattutto gli uomini (vittime scese da 3,9 a 0,8 per 100.000 maschi), mentre il dato sulle vittime femminili ha mostrato una resistenza molto maggiore, scendendo solo da 0,6 a 0,4 per 100.000 donne, evidenziando lo zoccolo duro della violenza di genere.

La domanda di giustizia e le riforme che hanno cambiato i tribunali

Il “quoziente di litigiosità”, ovvero il rapporto tra i procedimenti civili depositati e il numero di abitanti, misura direttamente la fiducia e il ricorso dei cittadini al sistema giudiziario.

Dopo un picco storico registrato nel 2011 (dovuto all’ampliamento dei criteri statistici di osservazione che inclusero tutte le tipologie di cognizione), la litigiosità civile ha iniziato una parabola discendente.

Questo calo non è necessariamente sinonimo di una società più pacifica, quanto piuttosto il risultato di due fattori precisi:

1. L’introduzione di strumenti di composizione non giudiziaria (come la mediazione civile).

2. Il costante aumento dei costi legati ai contributi di giustizia.

Sul fronte penale, invece, il secondo dopoguerra è stato caratterizzato da un continuo afflusso di procedimenti (spesso contro ignoti), arginato storicamente solo da massicci provvedimenti di depenalizzazione (come quelli storici del 1981 e del 1999) o da frequenti indulti.

Il paradosso delle carceri: meno detenuti rispetto al passato, ma permanenze più lunghe

Rispetto ai decenni post-unitari, la popolazione carceraria in rapporto agli abitanti in Italia si è più che dimezzata. Il picco massimo venne toccato nel lontano 1875, con ben 270 detenuti ogni 100.000 abitanti.

Tuttavia, analizzando la storia recente dagli anni ’90 in poi, il tasso di carcerazione ha ripreso a salire, stabilizzandosi su livelli simili a quelli del periodo giolittiano.

Il vero cambiamento strutturale riguarda l’indice di turnover (la velocità di rotazione dei detenuti), che è drasticamente calato: si entra meno in carcere, ma si sconta una permanenza media molto più lunga.

Questo fenomeno è dovuto a un doppio binario normativo e sociale:

  • Le misure alternative: dal 2014, l’ampliamento dell’accesso alle pene alternative ha svuotato il carcere dai condannati a pene brevissime.
  • L’inasprimento per i recidivi: l’introduzione di normative più severe contro la recidiva e l’innalzamento delle pene edittali medie hanno allungato i tempi di detenzione per i reati più gravi o reiterati (inclusi i reati legati al Testo Unico sugli stupefacenti).

Restano drammatici i dati interni alle strutture: sebbene la vita penitenziaria abbia visto maggiori investimenti in istruzione e lavoro per favorire il reinserimento, il tasso di suicidi in carcere rimane una piaga aperta, superando costantemente di oltre 10 volte quello della popolazione esterna (con un picco di 19 volte nel 2022).

La via della giustizia minorile, un modello a parte

Una nota di profonda diversità storica è offerta dal trattamento penale dei minori.

A differenza del sistema per adulti, la detenzione minorile ha intrapreso una discesa costante a partire dal secondo dopoguerra.

Con l’istituzione dei servizi sociali minorili negli anni ’50 e la storica riforma della fine degli anni ’80, la reclusione è diventata una misura assolutamente residuale.

Oggi, la stragrande maggioranza dei minori intercettati dalla giustizia viene presa in carico dai servizi sociali dell’area penale, un modello orientato al recupero tempestivo del tessuto sociale ed educativo.