Smart Road Trasporto pubblico Emilia-Romagna, aziende in crisi: buco da 10 milioni e rischio tagli Marco Gramigni 12 October 2026 Mobility Le aziende private del trasporto pubblico locale in Emilia-Romagna lanciano l’allarme: ogni chilometro percorso costa 43 centesimi in più rispetto a quanto riconosciuto, per un deficit complessivo vicino ai 10 milioni di euro all’anno Chi prende il bus tutti i giorni magari non ci pensa, ma dietro ogni corsa c’è un conto economico che, in questo momento, non torna. Per niente, anzi. A Bologna, stamattina, al Sav Hotel, si sono riuniti i rappresentanti del settore per mettere nero su bianco un problema che cova da tempo. La sigla è CAIPET — sta per Comitato delle associazioni delle imprese private che operano nel trasporto di persone su strada — e il messaggio che arriva da lì dentro non lascia troppo spazio all’ottimismo. Il numero che fa rumore Qui il dato chiave, quello che spiega tutto il resto: ogni chilometro percorso da un bus privato costa alle aziende 43 centesimi più di quanto viene loro riconosciuto. Sembra una cifra piccola, lo so. Ma provate a moltiplicarla per i 23 milioni di chilometri che queste aziende macinano ogni anno in regione. Il risultato è un buco vicino ai 10 milioni di euro annui. Non spiccioli. E non parliamo di quattro furgoncini sperduti: le imprese private coprono più di un quinto — oltre il 20% — del trasporto pubblico locale su gomma in tutta l’Emilia-Romagna. Un pezzo grosso del sistema, insomma, non una nicchia marginale. Perché i conti non tornano più Le cause sono diverse e si sono sommate, una sopra l’altra, come macigni. Il gasolio. Tra marzo e settembre di quest’anno i prezzi sono saliti del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025. Tradotto in soldoni: circa 19 centesimi in più al chilometro, solo per il carburante. Il costo del lavoro. Il rinnovo del contratto nazionale degli autoferrotranvieri — la categoria che raggruppa autisti e personale dei trasporti pubblici — ha fatto crescere la spesa per gli stipendi di circa il 15%. I ritardi dello Stato. I soldi che il Ministero avrebbe dovuto stanziare per compensare questi rincari non sono ancora arrivati. E anche quando arriveranno, secondo il Comitato, resteranno comunque troppo pochi. La cosa che fa più riflettere, a dirla tutta, è che questa crisi non nasce oggi. Il problema c’era già prima dei rincari energetici, che hanno semplicemente versato altra benzina sul fuoco (scusate il gioco di parole, ma ci stava). C’è poi un tema più ampio, nazionale: il Fondo nazionale trasporti — la cassa statale da cui arrivano le risorse per tenere in piedi il trasporto pubblico — secondo il CAIPET avrebbe bisogno di oltre 1,2 miliardi di euro in più ogni anno per coprire davvero i costi reali del settore. Le richieste sul tavolo Trasporto pubblico Emilia-Romagna, aziende in crisi: buco da 10 milioni e rischio tagli LEGGI ANCHE Italia, bonus trasporti 2027: incentivi fino a 400 euro. Tutto ciò che serve sapere Il Comitato non è una sigla isolata: dentro ci sono ANAV, CNA, Confartigianato, Confcooperative e Legacoop dell’Emilia-Romagna — praticamente tutti i big delle associazioni di categoria che rappresentano chi gestisce autobus privati nella regione. Le richieste messe sul piatto sono tre, chiare e dirette: Aprire un tavolo permanente con Regione, agenzie della mobilità e operatori, pubblici e privati insieme. Trovare risorse straordinarie nel bilancio regionale 2027. Spingere il Governo verso un adeguamento strutturale del fondo nazionale trasporti. A margine, chiedono anche un intervento tampone già per quest’anno, per evitare che qualche linea salti prima che arrivino soluzioni più strutturali. Il coordinatore del CAIPET, Davide Missiroli, l’ha buttata giù senza troppi giri di parole: «Quando produrre un chilometro costa strutturalmente più di quanto viene riconosciuto, il sistema non regge». Il confronto con la Regione, va detto, non parte da zero: i dialoghi con l’assessora alla Mobilità e ai Trasporti, Irene Priolo, erano già cominciati nei mesi scorsi. Chi rischia di più Le zone più esposte sono, come spesso accade, quelle meno centrali: piccoli paesi, aree interne, zone di montagna. Lì il bus non è un’opzione tra tante — è spesso l’unico modo per raggiungere scuola, ospedale, lavoro. Se le aziende che garantiscono quei collegamenti continuano a lavorare in perdita, il rischio concreto è che qualche corsa, prima o poi, salti del tutto.