Legal Politiche ambientali La Lombardia senz'acqua: fiumi all'asciutto, rete colabrodo e il paradosso dei nubifragi che non dissetano la terra Marco Gramigni 20 July 2026 Italia Sostenibilità Nonostante i nubifragi violenti, la Lombardia si trova in una delle peggiori crisi idriche degli ultimi anni. Fiumi ai minimi storici, raccolti compromessi, acquedotti che perdono quasi un terzo dell’acqua e decine di Comuni costretti a razionamenti e autobotti. Un’emergenza alimentata dai cambiamenti climatici e da infrastrutture ormai vecchie. Il cielo scarica tempeste di pioggia e vento, alberi cadono, ma la terra resta secca. È il grande paradosso dell’estate lombarda: un’emergenza idrica strisciante e feroce che mette in ginocchio l’agricoltura, blocca le centrali elettriche e costringe decine di Comuni a razionare l’acqua potabile o a dipendere dalle autobotti. I dati ufficiali della Regione parlano chiaro: le riserve idriche complessive sono inferiori del 43,3% rispetto alla media del periodo. Nonostante i temporali violenti, i grandi bacini della regione sono in sofferenza. In alcune zone, la situazione ha già superato i livelli drammatici della storica siccità del 2022. L’agonia dei fiumi: il Ticino e il Po arretrano a livelli record A guidare la classifica della sete è il bacino del Ticino, che fa registrare un agghiacciante -53,3% rispetto alla media storica. Subito dietro soffrono tutti i grandi corsi d’acqua regionali: Oglio: -47,3% Brembo: -46,7% Adda: -45,3% Chiese: -44,9% L’epicentro visivo di questa crisi è il fiume Po, all’altezza del ponte di Cremona. Dove un tempo scorrevano metri d’acqua, oggi ci sono distese di sabbia su cui i pescatori piazzano gli ombrelloni per lanciare le lenze negli ultimi rivoli rimasti. Il livello idrometrico ha toccato quota -8,25 metri, a un passo dal record negativo assoluto registrato nel 2022 (-8,59 metri). Questa carenza strutturale ha fermato per la seconda volta dalla sua costruzione le turbine della centrale elettrica di Isola Serafini: semplicemente non c’era abbastanza acqua per produrre energia, e quel minimo accumulato è stato rilasciato solo per garantire il “minimo vitale” biologico del fiume. Campi arsi e raccolti perduti: il grido d’allarme degli agricoltori A pagare il conto più salato sono gli agricoltori della Pianura Padana. Il mais, base fondamentale per il foraggio degli allevamenti, sta morendo nei campi prima ancora di sviluppare la spiga. Chi coltiva descrive uno scenario desolante: distese ingiallite dal calore precoce iniziato già a fine giugno, pomodori da industria in sofferenza, meloni e barbabietole bruciati dal sole. Per salvare il salvabile, gli operatori idroelettrici stanno rilasciando oltre sei milioni di metri cubi d’acqua al giorno, ma la discesa lungo i canali non basta per tutti. “Bevono i primi, e chi sta giù resta a secco”, lamentano gli allevatori. Le perdite economiche per le singole aziende superano già i 200 mila euro. Presso l’impianto di Navarolo si lavora in piena emergenza: sette trattori sono schierati giorno e notte con i motori accesi al massimo per pompare e sollevare artificialmente le ultime gocce d’acqua dal fiume esausto e immetterle nei canali irrigui. Una soluzione provvisoria che spinge i consorzi di bonifica a chiedere a gran voce la dichiarazione dello stato di crisi. Il paradosso del clima: perché i nubifragi violenti non risolvono la siccità La Lombardia senz’acqua: fiumi all’asciutto, rete colabrodo e il paradosso dei nubifragi che non dissetano la terra LEGGI ANCHE Genova, dall’operazione “Darsena H24” alla sicurezza sugli autobus: Polizia Locale sempre più operativa Molti si chiedono come sia possibile trovarsi in piena emergenza idrica dopo settimane caratterizzate da forti acquazzoni e bufere. La risposta arriva dal mondo della scienza e della climatologia: i temporali estivi non sono una risorsa idrica utile. Le precipitazioni attuali non sono causate da ampie e stabili perturbazioni autunnali, capaci di distribuire l’acqua in modo omogeneo su territori vasti per diversi giorni. Si tratta invece di celle convettive: fenomeni estremamente circoscritti nello spazio e nel tempo. Scaricare centimetri di pioggia in pochi minuti su un terreno arido e cementificato dal caldo produce solo danni. La terra secca non ha il tempo di assorbire il liquido, che scivola via superficialmente verso i fiumi e il mare senza rigenerare le falde. Il vero problema strutturale risiede nell’inverno e nella primavera scorsi. Le temperature elevate registrate già nei primi mesi dell’anno hanno fuso la neve sulle montagne molto prima dell’inizio dell’estate. Venendo a mancare la neve, che storicamente funge da serbatoio naturale a lento rilascio per i mesi caldi, i bacini si sono svuotati precocemente. Il riscaldamento del mar Mediterraneo, inoltre, fa evaporare più acqua, caricando l’atmosfera di un’energia che si scarica poi in venti intensi e grandinate distruttive, aumentate del 30% in dodici anni. La rete colabrodo: un miliardo di euro perso negli acquedotti Accanto ai problemi climatici, l’emergenza idrica lombarda evidenzia una piaga strutturale tutta umana: lo stato fatiscente della rete di distribuzione dell’acqua potabile. Secondo gli ultimi dati Istat, in Lombardia si disperde il 31,8% dell’acqua immessa negli acquedotti. In pratica, dei 381 litri giornalieri immessi in rete per ciascun abitante, ben 121 si perdono nel sottosuolo a causa di tubature vecchie e guasti. Uno spreco che, tradotto in termini economici, costa alla collettività oltre un miliardo di euro. La mappa delle perdite evidenzia profonde differenze locali: Città capoluogo Percentuale di acqua dispersa Lecco 44,9% (la peggiore) Sondrio 44,3% Varese 41,3% Brescia 27,7% Bergamo 25,8% Cremona 23,0% Lodi 22,9% Milano 13,4% Monza 11,0% Pavia 9,4% (tra le più efficienti d’Italia) Como 9,2% (la migliore della regione) Ordinanze, razionamenti e autobotti nei piccoli Comuni La crisi ha ormai bussato anche ai rubinetti di casa. Sono attualmente 50 i Comuni lombardi in stato di pre-allerta, dove i sindaci hanno dovuto firmare ordinanze restrittive per vietare l’uso dell’acqua potabile per scopi non domestici (come il lavaggio auto o l’irrigazione dei giardini). Le province più esposte sono cinque: Pavia, Brescia, Varese, Bergamo e Como. In ben 17 centri abitati la situazione è così critica da richiedere il ricorso quotidiano alle autobotti della protezione civile e dei gestori idrici per riempire i serbatoi di scorta. Il territorio più colpito è l’Oltrepò Pavese, con 13 Comuni costretti al rifornimento su gomma (gli altri 4 sono nel Bresciano). A Val di Nizza si è dovuto correre ai ripari installando serbatoi di emergenza per sopperire alla rottura di una tubatura obsoleta su un territorio vasto e a bassa densità. Poco più in là, nel borgo di Zavatterello in alta Val Tidone, la popolazione estiva triplica passando da mille a 2.500 residenti tra alberghi e seconde case, mandando in crisi una rete idrica che attende interventi di manutenzione straordinaria da quasi sessant’anni. I sindaci collaborano con le aziende idriche locali per limitare i disservizi, ma la realtà è evidente: senza investimenti massicci sulle infrastrutture e senza una nuova strategia politica per la creazione di invasi artificiali alternativi, le estati del razionamento idrico diventeranno la normalità.