Enforcement HumanX Suicidi nella Polizia Locale e tutela della salute mentale, il rischio psicosociale come questione di sicurezza sul lavoro Emanuele Mattei 03 June 2026 News&Trend Safety & Security Le recenti morti di agenti della Polizia Locale di Ospitaletto e Rho hanno riacceso l’attenzione su un fenomeno che, pur manifestandosi periodicamente all’interno delle forze dell’ordine e dei corpi di polizia locale, continua a essere affrontato prevalentemente come una successione di vicende individuali anziché come una possibile criticità organizzativa e professionale. Pur nel doveroso rispetto delle circostanze personali che accompagnano ogni gesto estremo, è necessario interrogarsi sul quadro normativo e sugli strumenti di prevenzione che le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad adottare per tutelare la salute psicofisica dei propri dipendenti. Il quadro normativo Il principale riferimento è rappresentato dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008 n. 81, che definisce la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro come un obbligo generale del datore di lavoro. L’articolo 28 del decreto prevede espressamente che la valutazione dei rischi debba riguardare “tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori”, compresi quelli collegati allo stress lavoro-correlato secondo i contenuti dell’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004. La norma non distingue tra rischi fisici e rischi di natura organizzativa o psicologica. Ne consegue che anche le amministrazioni comunali, in qualità di datori di lavoro, sono tenute a individuare, valutare e gestire i fattori che possono incidere sul benessere mentale degli appartenenti alla Polizia Locale. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha inoltre più volte ribadito che l’obbligo di tutela previsto dall’articolo 2087 del Codice Civile impone al datore di lavoro l’adozione di tutte le misure necessarie a salvaguardare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, anche oltre gli obblighi specificamente previsti dalla normativa antinfortunistica. I rischi professionali nella Polizia Locale Negli ultimi vent’anni la Polizia Locale ha subito una profonda trasformazione funzionale. Agli operatori vengono richieste attività che comportano una crescente esposizione a fattori di rischio psicosociale: gestione di conflitti e aggressioni; interventi in situazioni di disagio sociale e familiare; attività di polizia giudiziaria; servizi di ordine pubblico; esposizione a eventi traumatici (rilievi incidenti stradali mortali); utilizzo e custodia dell’arma di servizio; responsabilità connesse alla sicurezza urbana; pressione derivante dall’interazione continua con i cittadini. A tali fattori si aggiungono problematiche organizzative frequentemente segnalate dagli operatori: carenze di personale; aumento dei carichi di lavoro; reperibilità e turnazioni gravose; carenza di professionalità; presenza ancora di “nonnismo” in alcuni Comandi di Polizia locale; difficoltà nella conciliazione tra vita privata e lavoro; insufficienza di percorsi di supporto psicologico. La combinazione di questi elementi può determinare condizioni di stress cronico, burnout, isolamento professionale e vulnerabilità psicologica. Il rischio psicosociale e i limiti dell’attuale sistema di prevenzione Sebbene il rischio da stress lavoro-correlato sia formalmente incluso nel sistema di prevenzione delineato dal d.lgs. n. 81/2008, nella pratica amministrativa esso viene spesso affrontato attraverso procedure standardizzate e prevalentemente documentali. In molti enti locali la valutazione del rischio psicosociale si traduce in adempimenti burocratici che non sempre riescono a cogliere le specificità operative dei corpi di Polizia Locale. La conseguenza è che segnali di disagio individuale possono rimanere invisibili fino a quando non emergono situazioni di particolare gravità. L’esperienza maturata in altri comparti ad alta esposizione emotiva, quali sanità, emergenza-urgenza e forze armate, dimostra invece l’importanza di sistemi di monitoraggio permanenti e multidisciplinari. LEGGI ANCHE Riforma della Polizia Locale approvata alla Camera, cosa cambia dopo 40 anni La necessità di strumenti di prevenzione dedicati Alla luce dell’evoluzione delle funzioni della Polizia Locale, appare opportuno avviare una riflessione sull’introduzione di strumenti specifici di prevenzione. Tra le misure maggiormente indicate dagli esperti figurano: screening periodici del benessere organizzativo; servizi di consulenza psicologica indipendenti e riservati; programmi di peer support tra operatori appositamente formati; protocolli di intervento successivi a eventi critici o traumatici; formazione dei comandanti e dei responsabili sulla gestione del disagio lavorativo; integrazione del rischio psicosociale nei sistemi di gestione della sicurezza; raccolta e analisi sistematica dei dati relativi agli eventi sentinella. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla fase successiva a episodi traumatici, quali incidenti mortali, aggressioni, suicidi, interventi su minori o situazioni ad elevato impatto emotivo, attraverso procedure di debriefing psicologico e supporto specialistico. LEGGI ANCHE Riforma Polizia Locale, il DDL 1903 arriva al Senato: bodycam, tutele e nuove regole dopo 40 anni Verso un nuovo approccio alla sicurezza degli operatori La salute mentale degli appartenenti alla Polizia Locale non può essere considerata una questione privata estranea all’organizzazione del lavoro. Le moderne concezioni della sicurezza sul lavoro impongono una visione integrata che comprenda tanto i rischi fisici quanto quelli psicologici e organizzativi. In questo contesto, episodi drammatici come quello di Ospitaletto richiamano la necessità di superare una logica emergenziale per costruire modelli di prevenzione strutturati, fondati sulla valutazione dei rischi, sul monitoraggio continuo e sull’assistenza professionale. La tutela dell’integrità psicologica degli operatori non rappresenta soltanto un dovere etico, ma un preciso obbligo giuridico derivante dall’articolo 2087 del Codice Civile e dai principi del d.lgs. n. 81/2008. Un obbligo che le amministrazioni pubbliche, a partire dalle Regioni, sono chiamate a declinare in modo concreto, affinché la sicurezza di chi garantisce ogni giorno quella dei cittadini non resti affidata esclusivamente alla resilienza individuale, attraverso un modello che mette al centro la persona e che valorizza il lavoro di squadra. Emanuele Mattei