Enforcement Legal Carcere e legalità, intervista al commissario capo Marco Innocenti Maurizio Carv... 29 June 2026 Italia Lo scorso 22 maggio la legalità, vista anche dal microcosmo carcerario, è stata protagonista tra i banchi dell’istituto superiore “Enea Piccolomini di Siena”. Una cornice importante, quella del liceo musicale intitolato a un illustre concittadino, quel Piccolomini divenuto papa nel 1458 con il nome di Pio II. A parlare agli studenti del terzo anno, oltre al dottor Stefano Longo, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Siena, anche il dottor Marco Innocenti. Commissario capo della Polizia Penitenziaria, Comandante del Carcere di Siena, Capo Sezione della Polizia Stradale del PRAP Toscana, al netto della giovane età, il dottor Innocenti è un dirigente decisamente affermato. Può già vantare un eccellente curriculum, è stato anche appartenente al Corpo della Polizia Locale di Roma Capitale, oltre che un ruolo di primissimo piano. Proprio la conoscenza della realtà carceraria, il dottor Innocenti è anche comandante del reparto di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Siena, lo rende un relatore autorevole per affrontare con i ragazzi il fondamentale tema della legalità, del rispetto delle regole. Dottor Innocenti, come è nata l’idea della lezione sulla legalità ai ragazzi del liceo Piccolomini? L’idea nasce su iniziativa e su invito del Garante dei detenuti di Siena, dott. Stefano Longo, promotore di un progetto particolarmente significativo. L’obiettivo è quello di far conoscere ai giovani le diverse sfaccettature della legalità, offrendo il punto di vista delle varie componenti delle Forze di Polizia presenti sul territorio. Lei è giovane ma ha già un’apprezzabile esperienza. Dal suo osservatorio come sono cambiati oggi i giovani in rapporto al tema della legalità? La mia giovane età mi porta spesso a confrontare le esperienze vissute con la realtà attuale del mondo giovanile. Si tratta di un universo che non può essere pienamente compreso se non dai giovani stessi. Rilevo, infatti una crescente tendenza a privilegiare l’apparire rispetto alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Spesso emerge il desiderio di ottenere tutto e subito, anche attraverso modalità non conformi alle regole. Tutto questo, spesso, senza una chiara percezione del disvalore di determinati comportamenti, che possono sfociare in vere e proprie fattispecie di reato. In classe, in particolare, ha affrontato il tema del disvalore. Quali sono state le reazioni dei ragazzi in merito? L’impatto iniziale, come è naturale quando si affrontano temi legati al mondo carcerario, è stato caratterizzato da una forte curiosità, mista a un certo timore. Il concetto di disvalore, che ho ritenuto centrale nell’incontro, rappresenta a mio avviso il punto di partenza di ogni riflessione sulla legalità dove si comprende cosa orienta le nostre scelte e quali conseguenze esse producono. Ho invitato i ragazzi a interrogarsi sui propri valori. Ne è emersa una certa difficoltà nel definirli in modo chiaro e consapevole, quasi come se il tempo presente rendesse più complesso riconoscerli e nominarli. Probabilmente, la stessa domanda posta a generazioni precedenti avrebbe suscitato risposte più immediate e strutturate. Tuttavia, una volta stimolati, i ragazzi hanno dimostrato di saper riconoscere quei principi fondamentali che costituiscono un riferimento essenziale per orientarsi, ritrovando in essi un senso di direzione e di responsabilità. Parlare di rispetto delle regole attraverso la realtà carceraria sembra un azzardo ma di sicuro scuote le coscienze. Come hanno recepito i ragazzi questo stimolante confronto? Sicuramente è così, ma è altrettanto vero che le realtà, per poter essere comprese e giudicate, devono essere conosciute. Il confronto con il mondo carcerario ha un impatto forte, soprattutto quando i ragazzi prendono consapevolezza che vi sono detenuti che hanno un’età molto vicina alla loro. Proprio quest’ultimo aspetto è un elemento che inevitabilmente li colpisce e li induce a riflettere. L’obiettivo non è solo scuotere, ma far comprendere come anche comportamenti apparentemente banali o impulsivi, le cosiddette “bravate” possano evolvere in situazioni ben più gravi. È proprio in questo passaggio che emerge di nuovo il tema del disvalore, inteso come consapevolezza delle proprie azioni, delle conseguenze che esse possono generare. C’è stata una domanda o una riflessione di qualche giovane in aula che l’ha particolarmente colpita? Più che una singola domanda, direi un tema che puntualmente emerge e che ogni volta mi colpisce: quello del tempo. I ragazzi chiedono spesso come si viva il tempo in carcere, come lo si attraversi. Il tempo in effetti è uno degli elementi più profondi della dimensione detentiva, un tempo che appare sospeso, quasi fermo, ma che può essere anche riempito di significato. È il tempo della pena, ma anche il tempo della possibilità. Ed è proprio questo il passaggio che cerco di trasmettere anche in un contesto così complesso. Esiste, infatti, la possibilità di trasformare il tempo in un’occasione di crescita, attraverso lo studio, la formazione professionale, i percorsi universitari o esperienze come il teatro, che consentono alla persona di esprimersi e di riscoprirsi. A suo avviso, i giovani di oggi percepiscono il carcere come un luogo di sola detenzione o anche di rieducazione come recita la Costituzione? È una domanda tutt’altro che semplice, non tanto nella formulazione quanto nel significato profondo che richiama, a partire dall’articolo 27 della Costituzione. Dai confronti in aula, ho percepito che i giovani tendono a vedere il carcere prevalentemente come luogo di detenzione, più che come spazio di rieducazione. Questo anche perché il concetto stesso di rieducazione è complesso e richiede una consapevolezza dei valori che non sempre è già pienamente formata o come abbiamo già detto fuorviata. Tuttavia, quando si entra nel merito e si racconta la realtà senza filtri, emerge curiosità e talvolta anche una nuova apertura. E’ così vero questo che i ragazzi iniziano a comprendere che il carcere può e deve essere anche un’opportunità di cambiamento. Il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena non è automatico, ma è un percorso che richiede impegno, responsabilità e adesione da parte della persona. In questo senso, ho portato loro anche l’esempio concreto di un gruppo di detenuti della casa circondariale di Siena, di cui sono il Comandante, che ha partecipato a un progetto teatrale, arrivando a esibirsi al Teatro Parioli di Roma con lo spettacolo “Un bar di paese”, vincitore del Premio Costanzo. È stata un’esperienza significativa, che dimostra come il carcere possa offrire occasioni reali per riscoprirsi, reinventarsi e intraprendere un percorso di crescita personale. Anche solo per una sera, quei detenuti sono stati attori su un palcoscenico importante, ma soprattutto protagonisti di un cambiamento possibile. Di questo percorso sento il dovere di ringraziare Camilla Costanzo, che con impegno e sensibilità contribuisce a dare concretezza a iniziative capaci di orientare verso un’autentica prospettiva di crescita e rieducazione. L’incontro alla Piccolomini si è tenuto il giorno prima della ricorrenza della strage di Capaci. Cosa rappresenta oggi quell’immane tragedia per la Polizia Penitenziaria? È una domanda per me particolarmente toccante e significativa. In fondo è una delle ragioni che mi hanno spinto a indossare questa divisa, con senso del dovere e profonda convinzione e spirito di abnegazione. La strage di Capaci rappresenta ancora oggi un momento fondativo nella coscienza dello Stato e di tutti coloro che ne fanno parte. Il sacrificio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta ci richiama a un’eredità che non può essere dimenticata. Falcone diceva che “gli uomini passano, ma le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini” e credo che sia proprio questo il punto. A chi viene dopo spetta il compito, non semplice, di raccogliere quel testimone e tradurlo in impegno quotidiano, anche nei contesti più complessi. Nel mio piccolo, sento il dovere di trasmettere questi valori, soprattutto ai giovani, perché comprendano che dietro ogni scelta di legalità c’è anche il sacrificio di chi ha creduto fino in fondo nella legalità. Spesso ho la sensazione che quei valori rischino di affievolirsi, come se mancassero le “gambe” su cui continuare a camminare ma è proprio per questo che diventa ancora più importante mantenerli vivi, con l’esempio e con la responsabilità personale, affinché possano continuare a generare cambiamento. Maurizio Carvigno