Trieste, esercitazione tra polizia italiana e slovena: simulati inseguimenti oltre confine

Trieste, esercitazione tra polizia italiana e slovena: simulati inseguimenti oltre confine

Sirene, pattuglie in movimento e un inseguimento che attraversa il confine tra Italia e Slovenia. Ma non era un’operazione reale: tra Trieste e il territorio sloveno è stata organizzata un’esercitazione congiunta per testare le procedure da seguire quando un sospetto tenta di fuggire oltre frontiera

Ci sono storie che, da queste parti, suonano quasi all’ordine del giorno: un’auto che corre, le pattuglie alle calcagna, il confine che si avvicina come un’ultima speranza per chi scappa. Succede davvero, qui tra Trieste e la Slovenia, quando qualcuno — spesso un passeur, cioè chi trasporta illegalmente persone oltre frontiera — prova a far perdere le proprie tracce passando da uno Stato all’altro. Ieri mattina però, tra i boschi e le strade strette di Divača, Basovizza e Kozina, lo spettacolo era tutt’altro che vero. Macchine, sirene, radio che gracchiano ordini: solo scena. Una prova, bella e buona.

Diciamolo subito: non è un gioco da ragazzi organizzare una cosa simile. Ci vuole la Polizia di Stato di Trieste da una parte, e la Direzione di polizia di Capodistria dall’altra — l’equivalente sloveno, diciamo così, della nostra Questura, con competenza su quel pezzo di territorio appena oltre confine.

Ma come si fa a inseguire qualcuno in un altro Paese?

Qui sta il punto più interessante, quello che forse i più non sanno. Normalmente un confine blocca tutto: sovranità territoriale, giurisdizione, tutta la solfa burocratica che impedisce a un poliziotto italiano di sfrecciare armi in pugno su suolo sloveno. Esiste però un accordo bilaterale tra Roma e Lubiana che scavalca l’ostacolo, a certe condizioni. Lo spiega senza giri di parole la Questura di Trieste in una nota ufficiale: «L’accordo tra il governo italiano e quello sloveno consente, a determinate condizioni, la prosecuzione dell’inseguimento di persone sospettate di reati e di soggetti che tentano di sottrarsi all’azione di polizia dal territorio di uno Stato a quello dell’altro».

Tradotto in parole povere: se scappi da un lato, non sei automaticamente al sicuro appena metti piede dall’altro.

Chi ha partecipato alla finta caccia

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Trieste, esercitazione tra polizia italiana e slovena: simulati inseguimenti oltre confine

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  • la Polizia di Frontiera di Trieste, reparto specializzato proprio nel presidio dei varchi di confine;
  • uomini della Questura;
  • personale del centro di cooperazione di polizia di Thörl-Maglern, una struttura in territorio austriaco dove le forze dell’ordine di più nazioni si scambiano informazioni in tempo reale — una specie di centrale operativa condivisa, utilissima quando le frontiere si moltiplicano in pochi chilometri.

Dalla parte slovena, invece, in campo c’era la Direzione di polizia di Capodistria, che ha coinvolto diverse stazioni locali, il centro operativo e di comunicazione, e pure rappresentanti della direzione generale della polizia slovena — i vertici, quelli che decidono le strategie da Lubiana.

Cosa volevano davvero testare

Niente coreografia per i fotografi, tutt’altro. L’obiettivo era mettere alla prova i meccanismi che contano quando la posta in gioco è reale. Nella nota trasmessa agli organi d’informazione si legge che l’esercitazione «è stata mirata a verificare e migliorare le capacità operative per l’attuazione degli inseguimenti transfrontalieri, nonché a testare l’efficacia del coordinamento, della comunicazione e della cooperazione tra le unità competenti della polizia italiana e slovena».

In pratica: chi chiama chi, con quale rapidità, chi prende le decisioni mentre l’auto — vera o immaginaria che sia — sfila a tutta velocità tra le curve del Carso. Un secondo perso nel passaggio di consegne tra una pattuglia e l’altra, in un inseguimento vero, può voler dire perdere il fuggitivo per sempre. Per questo, spiega ancora la Questura, «particolare attenzione è stata dedicata alla rapidità dello scambio di informazioni, al coordinamento degli interventi e al rafforzamento della sinergia tra le forze di polizia dei due Paesi, elementi fondamentali per una cooperazione transfrontaliera efficace».

Una collaborazione che va avanti da anni

La polizia italiana e quella slovena collaborano da anni in modo stretto lungo l’area di confine per prevenire e contrastare tutte le forme di criminalità transfrontaliera, l’immigrazione irregolare e per garantire la sicurezza dei cittadini su entrambi i lati del confine. Pattugliamenti misti, scambio costante di dati, incontri periodici tra i vertici delle due polizie: un lavoro silenzioso che raramente finisce sui giornali, a meno che non ci scappi un’esercitazione come quella di ieri.

E proprio su questo la Questura chiude il cerchio, con una frase che suona quasi come un bilancio: «le esercitazioni e le attività formative congiunte consentono di mantenere un elevato livello di preparazione professionale degli operatori e di rafforzare ulteriormente la cooperazione operativa tra i due Paesi».

Nessun arresto, nessuna vera fuga, nessun titolo sui giornali per un crimine sventato. Solo un allenamento, fatto bene. Ma sono proprio questi allenamenti, quelli che non fanno rumore, a fare la differenza il giorno in cui — magari — qualcuno prova davvero a scappare oltre quella linea sottile che separa due Paesi.