Legal Nuovo Codice della Strada, gli assessori alla Mobilità delle grandi città: "A rischio la sicurezza stradale e l'autonomia dei Comuni" Alberto Bruzzone 07 November 2026 Da Bari a Milano, passando per Roma, Bologna, Firenze, Genova, Napoli e Torino, gli amministratori locali contestano la riforma: nel mirino le restrizioni alle Zone 30, l'indebolimento dei controlli sulla velocità e l'accentramento dei poteri al Ministero. Chiesto un confronto istituzionale e una revisione radicale del testo Italia Il nuovo Codice della Strada finisce nel mirino degli assessori alla Mobilità delle principali città italiane. Secondo gli amministratori locali, la riforma, approvata dal Consiglio dei Ministri e attualmente sottoposta al parere del Parlamento e della Conferenza Unificata, rischia di limitare la capacità dei Comuni di intervenire concretamente per migliorare la sicurezza stradale e gestire la mobilità urbana. A esprimere preoccupazione sono, attraverso una nota congiunta, gli assessori di Bari, Domenico Scaramuzzi, Bologna, Michele Campaniello, Firenze, Andrea Giorgio, Genova, Emilio Robotti, Milano, Arianna Censi e Marco Granelli, Napoli, Edoardo Cosenza, Roma, Eugenio Patanè, Torino, Chiara Foglietta, insieme a Vito Parisi, delegato alla Mobilità di Anci. Al centro delle critiche c’è innanzitutto il metodo con cui è stata elaborata la riforma. Quella che avrebbe dovuto essere una revisione parziale del Codice si sarebbe trasformata, secondo gli amministratori, in una riscrittura complessiva di 293 articoli. Questa è stata predisposta dall’ufficio legislativo del Ministero senza un adeguato confronto preventivo con le amministrazioni locali e con le Polizie Locali, chiamate quotidianamente ad applicare le nuove disposizioni. Sicurezza stradale e poteri dei Comuni: le principali criticità Tra gli aspetti maggiormente contestati figura il ridimensionamento della sicurezza stradale come principio fondamentale del Codice. Nella nuova formulazione, sostengono gli assessori, la sicurezza non sarebbe più indicata come finalità primaria dello Stato. Si lascerebbe invece spazio al principio della libera circolazione e a un bilanciamento con esigenze economiche e produttive. Una scelta che, secondo gli amministratori, non sarebbe accompagnata da un approccio di responsabilità graduata in funzione della massa, della potenza e della velocità dei veicoli, come previsto dal modello del cosiddetto Safe System. Un altro nodo riguarda l’accentramento delle competenze a livello ministeriale. La riforma, infatti, introdurrebbe maggiori vincoli all’autonomia dei Comuni nella gestione del traffico, nella predisposizione dei piani urbani e nell’istituzione di limiti di velocità particolari. Anche l’utilizzo dei dispositivi di controllo da remoto sarebbe sottoposto a direttive più stringenti. Questo comporterebbe il rischio, secondo i firmatari della nota, di esporre le amministrazioni a interventi sostitutivi e commissariamenti. A questo si aggiunge il rinvio di numerose disposizioni operative a successivi regolamenti e decreti ministeriali, riguardanti, tra gli altri aspetti, la segnaletica, i dispositivi di rallentamento e le corsie ciclabili. Zone 30 e sanzioni: le preoccupazioni delle città Particolarmente contestate sono le disposizioni relative ai limiti di velocità e alle cosiddette Zone 30. La riforma prevederebbe una riduzione degli importi delle sanzioni per il superamento dei limiti, soprattutto in ambito urbano. Tra gli esempi indicati dagli amministratori, una multa per chi viaggia a 70 km/h in un tratto con limite di 50 potrebbe scendere dagli attuali 173 euro a 75 euro. Anche l’istituzione delle Zone 30 su aree estese e interi quartieri diventerebbe più complessa: le deroghe sarebbero consentite per singole strade e subordinate alla dimostrazione di una precedente incidentalità. Gli assessori ritengono che queste disposizioni possano ridurre gli strumenti a disposizione delle città per prevenire gli incidenti e proteggere pedoni e ciclisti, soprattutto nelle aree urbane caratterizzate da una forte presenza di utenti vulnerabili. Pedoni e ciclisti, le tutele sotto osservazione Nel documento vengono evidenziate anche alcune modifiche che, secondo gli amministratori, rischierebbero di trasferire parte della responsabilità della sicurezza sugli utenti più vulnerabili. Per i pedoni verrebbe introdotto l’obbligo di fermarsi e verificare di essere stati visti prima di attraversare la strada. Per i ciclisti, invece, la distanza minima di 1,5 metri durante il sorpasso sarebbe subordinata alla clausola «ove possibile». A ciò si aggiungerebbe l’obbligo per chi utilizza la bicicletta di mantenere una distanza dai mezzi pesanti. Secondo i firmatari, si tratta di disposizioni che non rafforzerebbero adeguatamente la protezione di chi si muove a piedi o in bicicletta. ZTL, controlli elettronici e sanzioni: altri punti contestati Le critiche riguardano anche la gestione delle Zone a Traffico Limitato. La previsione dell’accesso libero alle ZTL per i veicoli elettrici e ibridi, secondo gli assessori, sottrarrebbe ai Comuni uno strumento importante per regolare i flussi di traffico. La riforma introdurrebbe inoltre una sola sanzione giornaliera per gli accessi multipli non autorizzati. Dubbi vengono sollevati anche sull’efficacia dei controlli elettronici. L’utilizzo dello smartphone alla guida e alcune violazioni relative alla sosta vietata generica continuerebbero a non essere rilevabili attraverso sistemi di controllo da remoto. A preoccupare è infine la riduzione da 90 a 45 giorni del termine per la notifica delle infrazioni rilevate elettronicamente. Una scadenza che, secondo gli amministratori, potrebbe rendere più difficile per gli enti locali gestire le procedure amministrative, con il rischio di vedere annullate sanzioni legittime per ritardi nella notifica. La richiesta: riaprire il confronto e rivedere la riforma Di fronte a queste criticità, gli assessori chiedono l’apertura immediata di un confronto istituzionale e una revisione radicale del testo. L’obiettivo dichiarato è garantire che la salvaguardia della vita umana e la sicurezza stradale restino al centro delle politiche sulla mobilità, riconoscendo ai Comuni gli strumenti necessari per intervenire sulle caratteristiche delle strade, sulla velocità dei veicoli e sull’organizzazione degli spazi urbani. Per le amministrazioni locali, la riforma del Codice della Strada rappresenta infatti un passaggio decisivo per il futuro della mobilità nelle città italiane. Un percorso che, sostengono, non può prescindere dal coinvolgimento diretto di chi è chiamato ogni giorno a gestire il traffico e a tutelare la sicurezza di cittadini, pedoni e ciclisti.