L’abbandono dei rifiuti sulle spiagge italiane: tra numeri e soluzioni

L’abbandono dei rifiuti sulle spiagge italiane: tra numeri e soluzioni

Le spiagge italiane sono considerate, a ragione, tra le più belle al mondo. Tuttavia, questi luoghi di indubbio fascino sono spesso oltraggiati dal sistematico abbandono di rifiuti: oggetti di vario tipo che deturpano un patrimonio che abbiamo il dovere di preservare.

Non solo un problema di inciviltà

Bottiglie di plastica e di vetro, di ogni forma e dimensione; forchette, coltelli, cucchiai e cucchiaini prevalentemente in plastica. E ancora cannucce, bicchieri, piatti, tappi e gli immancabili mozziconi di sigaretta. Questo è il triste campionario che quotidianamente insozza il litorale italiano, in particolare nei tratti di spiaggia libera, meno soggetti a controlli e interventi di pulizia.

Uno spettacolo indecente, testimonianza di un’inciviltà radicata che porta con sé conseguenze drammatiche. L’abbandono indiscriminato dei rifiuti sulle spiagge non è soltanto una questione di decoro, ma una grave emergenza ambientale su cui si è espressa anche la Cassazione. Questi oggetti, essendo composti prevalentemente in plastica, sono particolarmente nocivi: se non raccolti, finiscono direttamente in mare dove divengono, inevitabilmente, cibo per la fauna marina. Il fenomeno registra picchi di criticità nei mesi estivi, quando i litorali vengono presi d’assalto dai vacanzieri.

La fotografia del fenomeno

Un quadro inquietante che assume contorni allarmanti se si analizzano i numeri. A fornirli è Legambiente attraverso l’indagine Beach Litter, una meritoria iniziativa che dal 2014 monitora lo stato di salute delle nostre spiagge.

L’edizione del 2025 ha tracciato un bilancio preoccupante. Su un totale di 196.890 m² monitorati (afferenti a 63 spiagge in 13 regioni italiane), la quantità di rifiuti censiti è stata pari a 56.168 unità. Tradotto in densità, si tratta di 892 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia: un dato purtroppo in crescita rispetto al 2024, quando se ne contavano 705. Una cifra enorme, specie se si considera che la ricerca ha riguardato una porzione significativa, ma non esaustiva, delle nostre coste.

La plastica la fa da padrona con numeri impressionanti: rappresenta infatti il 77% dei rifiuti campionati. La sua presenza è stata riscontrata in ben 56 delle 63 spiagge oggetto dell’indagine. Nella classifica dei materiali rinvenuti — abbandonati direttamente dall’uomo o portati dalle mareggiate — dietro la plastica si colloca il vetro, perlopiù sotto forma di bottiglie. Sul podio figurano anche carta e cartone, seguiti da metalli, legno, tessuti, gomma, scarti alimentari e, infine, bioplastiche e sostanze chimiche.

Analizzando nello specifico i rifiuti plastici, gli oggetti più ricorrenti sono proprio le bottiglie. Questi contenitori precedono un lungo elenco di scarti: dai famigerati mozziconi di sigaretta ai cotton fioc, fino a reti da pesca, buste, contenitori per cibo, piatti, bicchieri e posate — il triste corredo dei picnic al mare. Tra gli elementi dannosi non mancano gli apparentemente innocui palloncini colorati, che una volta sgonfi provocano enormi danni all’ecosistema marina. Infine, emergono nella classifica anche prodotti igienici come assorbenti e proteggi-slip: la conferma incivile di come, per taluni, le spiagge vengano considerate bagni pubblici a cielo aperto.

L’apporto del volontariato

A fronte di un quadro che attesta la maleducazione di molti visitatori, vi è l’impegno di chi lavora per contenere questo degrado. Sono i volontari: un esercito silenzioso ma numeroso che, armato di sacchi e retini, setaccia gli arenili alla ricerca di rifiuti di ogni dimensione.

Che appartengano a grandi sigle o a piccole associazioni locali, sono i risultati a parlare per loro. Periodicamente, decine di persone perlustrano le spiagge compiendo ciò che il normale senso civico imporrebbe: raccogliere ciò che si sporca. I dati testimoniano l’importanza di questo sforzo. Nel 2023, ad esempio, nell’ambito dell’iniziativa “Piccoli Gesti, Grandi Crimini” promossa da Marevivo, sono stati raccolti oltre tre milioni di mozziconi di sigaretta. Un numero imponente ma purtroppo sottostimato, se si pensa che circa il 64% delle sigarette fumate in luoghi pubblici viene smaltito impropriamente sul suolo, nella sabbia o in acqua.

Oltre alle grandi organizzazioni, il fenomeno viene contrastato anche dall’iniziativa di singoli cittadini. Esemplare è la storia di Giampiero Passaro, che si prende cura della spiaggia della Favorita ad Ercolano. Lo fa da oltre vent’anni, quotidianamente, sia d’estate che d’inverno, in silenzio e con determinazione. La sua presenza è diventata un punto di riferimento e un esempio da imitare, specie per i più giovani, dimostrando come un piccolo gesto possa trasformarsi in un grande risultato per la tutela dell’ambiente.

Tra repressione ed educazione ambientale

L’impegno dei volontari rappresenta il punto da cui ripartire per strutturare soluzioni di ampio respiro. Pensare di risolvere il problema solo con l’inasprimento delle sanzioni o con pulizie straordinarie periodiche è un’illusione.

Il rispetto del territorio passa necessariamente attraverso l’educazione, in primo luogo delle giovani generazioni. Far comprendere a bambini e ragazzi l’impatto di un rifiuto abbandonato è un investimento a lungo termine. Spesso, dietro l’inciviltà si cela una carenza formativa che può essere colmata mediante specifici percorsi didattici da promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado.

A Roma, ad esempio, l’AMA (Azienda Municipalizzata Ambientale) promuove da anni corsi dedicati agli studenti: tour virtuali per comprendere il funzionamento dei centri di raccolta, lezioni sul valore economico del riciclo e attività ludiche sulla raccolta differenziata.

D’altra parte, come stabilito nella Carta di Fiuggi del 1997 (primo documento ufficiale sui principi dell’educazione ambientale):

«L’educazione ambientale contribuisce a ricostruire il senso di identità e le radici di appartenenza, dei singoli e dei gruppi, a sviluppare il senso civico e di responsabilità verso la res publica, a diffondere la cultura della partecipazione e della cura per la qualità del proprio ambiente, creando anche un rapporto affettivo tra le persone, la comunità ed il territorio.»